Live Report

|Live + Foto Report| Rome Psych Fest 2019 – IV Edition @ MONK

Quarta edizione del Rome Psych Fest e seconda edizione seguita da CSImagazine. 

Rispetto all’edizione del Rome Psych Fest dello scorso anno, abbiamo avuto molte sorprese positive. Quest’anno gli artisti erano meno conosciuti e nel complesso l’edizione 2019 è stata più omogenea. Poco spazio per le distrazioni in una due giorni che ha voluto mettere la musica dal vivo in primo piano: 12 artisti, ritmi intensi e una buona partecipazione da parte del pubblico, nonostante Roma fosse alle prese con pioggia e disagi nei trasporti.

Ma andiamo con  ordine.

Primo giorno (venerdì 15 novembre)

Ad aprire le danze del Rome Psych Fest un artista italiano: Gabriele Poso, che inaugura la rassegna sul Lupertola Stage con uno show che strizza l’occhio all’house music e che probabilmente, come apertura della rassegna, ha sorpreso i più. Ma già al terzo pezzo riesce a convincere i presenti con uno show che è un distillato di afro- jazz, musica tribale ed essenze latine.

Gabriele Poso

Mi sarei aspettato qualcosa di più psych rock come inizio rassegna, ma va bene così. Neanche il tempo per i saluti di Poso e della sua band che dall’altra parte della sala, sul Lupa Stage, lancia i primi accordi la chitarra di Umut Adan. L’eclettico artista turco è la prima bella sorpresa del Festival: non sono neanche le 23.00 e il Monk viene pervaso dalla turkish psichedelia

Umut Adan

Siamo un po’ in ritardo sulla tabella di marcia e i ritmi serrati di cambio palco iniziano a far sentire qualche segno di cedimento. C’è da dire anche che la fine dell’esibizione di Adan coincide con uno dei momenti di massimo afflusso della serata. Il pubblico romano ormai non è più abituato a presentarsi al Monk in orari da lungo aperitivo e qualcuno sembra sorpreso del fatto di essersi perso già due concerti nonostante le indicazioni sulle pagine Facebook del Monk e del festival fossero inequivocabili, con tanto di orari di inizio di ogni singolo show e indicazioni sulla puntualità. Ma le vecchie abitudini sono dure a morire.

Labruta

In contemporanea, in due sale diverse, salgono sui rispettivi palchi i fratelli Mauskovic e la loro The Mauskovic Dance Band e, sul piccolo palco dedicato agli artisti solisti (Monobanda Stage), Labruta ONE WOMAN BAND che, all’ultimo momento, ha sostituito Thee Rag N Bone Man – one man band, che pare abbia avuto un problema con il suo van e ha cancellato il tour italiano. La contemporaneità dei due show – come per lo scorso anno e come per il giorno seguente – penalizza gli artisti che si esibiscono sul palco piccolo. Anche perché per seguire questi artisti non basta girare la testa, devi uscire fuori e cambiare sala.

The Mauskovic Dance Band

Faccio del mio meglio per seguire entrambi gli show, ma devo ammettere che l’indie tropical della band capitanata da Nicola Mauskovic mi ha rapito. Davide Canali invece è riuscito a seguire bene Labruta, immortalandola con uno dei migliori scatti della serata (vedi sopra).

Snapped Ankles

Poi ecco il big bang sul Lupa stage: 4 tizi strani mascherati salgono sul palco. Gli SNAPPED ANKLES con il loro post punk e la loro esibizione stravagante conquistano la serata. Un’ora di show basato su una commistione di suoni e una batteria potentissima. Il frontman fa tutto quello che è umanamente possibile per stupire il pubblico. Scende in sala con un metro a fettuccia, coinvolge nella perfomance diverse persone incredule e le convince a battere su una specie di ramo di albero che porta dietro attaccato al microfono. Insomma, per il momento la band londinese regala la miglior performance del festival. Scaldando il pubblico per quelli che sulla carta sono gli headliner della serata, ovvero i Jennifer Gentle.

Jennifer Gentle

La band di Marco Fasolo mancava da tempo e dopo aver pubblicato un album spettacolare eccoli dal vivo per la prima volta a Roma in questo tour. Pur non avendo deluso le attese, c’è da dire che non hanno brillato. Forse c’è stato qualche difetto di troppo nell’acustica, che è pure abbastanza normale in tutti questi cambi. Tutto sommato hanno fatto un ottimo lavoro. Se avete sentito il disco converrete che non è per niente facile riproporre dal vivo sonorità così complesse. 

Con queste sei esibizioni si chiude la serata al Monk.

Artwork Lewis Heriz

Secondo giorno (sabato 16 novembre)

Cambio di fotografo: Davide Canali lascia il testimone a Daniele Confetto e l’attrezzatura Nikon lascia spazio a corpo macchina e obiettivi Canon.

The Gentlemens

The Gentlemens iniziano il secondo giorno di festival e per l’occasione pensano bene di far esplodere il palco. Carichi a pallettoni fin dal primo pezzo in cui il cantante si sporge in avanti sulle transenne nonostante la poca gente, neanche fosse al Coachella. Mantengono questa intensità per tutto lo show (nonostante qualche problemino tecnico soprattutto all’inizio). Anche se il pubblico reagisce poco agli stimoli, forse ancora stupito di tanta energia profusa al primo set della serata (del resto sono ancora poco prima delle 22.00), lui va avanti come se fosse un headliner di un grande festival estivo rock. Non so quanto sia stata studiata la cosa, ma è stato un ottimo modo per iniziare alla grande il secondo giorno di festival e per svegliare quelli, come me, che hanno fatto le ore piccole nella serata precedente.

Abbiamo nel nostro Paese un gruppo del livello degli Strokes e non lo sapevamo? Vi dirò di più: se i Velvet Underground avessero continuato e Lou Reed fosse stato meno strano e più estroverso si sarebbero evoluti in una cosa del genere.

Primo show della serata chiuso. Bene, dopo l’esplosione del palco è finito tutto e andiamo a casa?

Per niente, lo spettacolo è appena cominciato.

Elius Inferno & The Magic Octagram

Forse studiato a tavolino l’effetto antitesi, sempre sullo stesso palco salgono Elius Inferno & The Magic Octagram. E cambia tutto: sound più tranquillo, ricercato e… psichedelico. Quasi a creare una comfort zone e farci riprendere dall’esibizione dei The Gentlemens. Bravissimi anche loro, ma è come quando ascolti una playlist in modalità shuffle e dopo un pezzo di  Iggy Pop and the Stooges si passa alla cover di Sound of Silence dei King of Convenience. Stona tantissimo e ti costringe ad un cambio repentino e radicale di mood. Senza neanche il tempo di rifletterci un po’ su tra un passaggio e l’altro.

Eppure il pubblico adesso è più partecipe e reattivo. Forse il mood Elius Inferno & The Magic Octagram era quello che ci si aspettava dalla serata. O forse ci siamo svegliati un po’ tutti. D’altra parte è già passata un’ora e mezza di musica.

BELLY HOLE FREAK – One Man

Se scrivessi anche solo un commento su BELLY HOLE FREAK – One Man sarei un bugiardo. Sono arrivato a show già iniziato. Come per il primo giorno di festival, i concerti sul palco dedicato ai “one man band” iniziano in contemporanea con quelli sul palco grande. La sala piccola del Monk era piena di gente (alta) e non sono riuscito a sentire e a vedere un granché. Per fortuna Daniele è stato più abile di me ed è riuscito ad immortalarlo con le sue foto.

Be Forest

Nel frattempo, nella sala grande sul palco Lupa, cominciano i  Be Forest. Sebbene io abbia perso l’inizio della loro performance per i motivi di cui sopra, sicuramente lo show dei Be Forest è quello più caldo e ponderato dell’intero festival, dedicato ad un pubblico attento e appassionato. Loro tre sul palco sono concentratissimi e immersi nella loro musica. Nulla li distrae: né le proiezioni psichedeliche che vanno in loop alle loro spalle, né il pubblico che entra e esce alla loro sinistra (il palco Lupa è attaccato all’entrata della sala).

KAZU

A mezzanotte e dintorni sale sul palco KAZU, che possiamo affermare, senza fare torto a nessuno, essere la vera star del festival. Sul palco lascia spazio al violino e alle percussioni e ovviamente all’elettronica che pervade il suo disco. L’iconica voce dei Blonde Redhead ha deciso di iniziare proprio dal Monk per il tour dedicato al suo disco da solista,  Adult Baby, uscito lo scorso settembre per l’etichetta della stessa KAZU, la Adult Baby Records. Nato e concepito sull’Isola D’Elba dove KAZU vive, Adult Baby è stato realizzato tra New York, Berlino e Milano. L’artista giapponese, forte anche dell’esperienza accumulata con i Blonde Redhead, è colei che tiene meglio il palco. 

White Hills

Chiudono il festival i WHITE HILLS, un duo chitarra (lui) e percussioni (lei) sul modello White Stripes. Solo che gli Hills, rispetto agli Stripes, hanno un solido appoggio dell’elettronica alternando volumi e riverbero tanto da creare un effetto molto più noise

Si chiude così la quarta rassegna del Rome Psych Fest. Personalmente ero un po’ scettico quest’anno: non credevo si riuscisse a organizzare un festival migliore di quello del 2018. Cosa che ho condiviso anche con uno degli organizzatori, Valerio Mirabella, venerdì sera prima che iniziasse tutto. Valerio, con sguardo sicuro, mi ha solo detto: ”Vedrai, rimarrai sorpreso”. E infatti è andata così: tante piacevoli sorprese in una due giorni che dovrebbe essere patrimonio comune della Capitale.

Detto questo non possiamo che aspettare l’anno prossimo e sperare che questo festival migliori ancora e continui a portare in città quante più contaminazioni possibili. 

di Damiano Sabuzi Giuliani

Le foto della prima giornata del Rome Psych Fest sono di Davide Canali, mentre quelle della seconda giornata di Daniele Confetto

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