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|Review| Il nuovo eccentricismo firmato Jennifer Gentle

foto di Lorenzo Firmi

Jennifer Gentle è allo stesso tempo un gruppo musicale, un progetto discografico e un disco (che poi è quello che giustifica questa recensione).

Il concetto di “gruppo” è una delle questioni più complesse da descrivere. I Jennifer Gentle nascono alla fine degli anni Novanta con due soci fondatori, Alessio Gastaldello e Marco Fasolo, e diversi musicisti che si sono alternati tra le registrazioni in studio e i live sui palchi del nord Europa, America e Cina.

Oggi (ma già anche da metà degli anni duemila) si può parlare di una one man band dove Fasolo è corpo e anima dei Jennifer Gentle. Non credo che nessuno dei protagonisti o co-protagonisti di questa storia si potrà offendere per questa breve sintesi.

“Progetto”, dunque, è il nome più adatto per la band di Fasolo che – da quel lontano 2001 fino ai giorni nostri – ha di fatto portato la sua musica all’estero, in primis States e Regno Unito, dove ha guadagnato molta più popolarità che in Italia. Questo aspetto non deve stupire più di tanto: tutti i lavori dei Jennifer Gentle sono di fatto impregnati di sonorità psichedeliche, per certi versi angoscianti e conturbanti, a volte troppo per la scena indie italiana.

E questo ci porta dritti dritti al nuovo disco, 17 tracce sostanzialmente diverse tra di loro che racchiudono la vera essenza di questo progetto: si passa dal garage, al synth pop, allo psych rock  solleticando gli appetiti surf e rockabilly… se fosse vivo oggi Billy Hancock ce lo vedrei bene a lavorare su una base come quella di Love You Joe.

Voli pindarici a parte, questo disco è veramente difficile da inquadrare, soprattutto perché è un continuo avanti e indietro nel tempo e attraverso esperienze differenti.

Ne sono una prova le tracce più fresche e orecchiabili e sfacciatamente sixties come Beautiful Girl o il primo singolo estratto Guilty, accanto a pezzi roboanti e inquietanti come Temptation o My Inner Self, che si addentrano in sonorità che neanche i Depeche Mode più cupi hanno osato tanto. Poi ci sono piccoli colpi di scena come Only in Heaven o You Know Why che ricordano i Beatles periodo Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band o What In The World, che ricorda i primi Pink Floyd (quelli con Barret e senza Gilmour per capirci) .

Insomma, per rendere l’idea concreta di questo nuovo lavoro discografico forse dovrei fare una recensione diversa per ogni traccia e forse proprio questo è il tallone di Achille di Jennifer Gentle (il disco): manca di organicità e coerenza.

Allo stesso tempo la diversità e la ricchezza del disco elevano i Jennifer Gentle (il gruppo) ad un alto livello di capacità compositiva, estro creativo e valore artistico che riesce a regalare al pubblico un progetto ancora valido nella sua interezza.

Dopo quasi un decennio di silenzio e con l’aria che tira in Italia, uscire con un disco del genere è un azzardo, ma sono convito fosse un atto, oggi, assolutamente necessario sia per chi ci ascolta all’estero sia come esempio per il nuovo esercito di gruppi indie nostrani. A me il disco è piaciuto e nell’insieme rende molto di più dell’opera prima degli I Hate My Village (che vede tra i complici lo stesso Fasolo).

Di Damiano Sabuzi Giuliani

 

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