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|Review|Bruce Springsteen – Born In The U.S.A.|Pillole Musicali in 8 Bit|

Quando in un disco sono presenti 7 singoli, significa che il disco in questione è stato azzeccato in ogni suo brano.

Bruce Springsteen – L’interpretazione oggettiva dell’album in tal caso rischia di inciampare su dei dati puramente economici che ne esaltano solamente la popolarità, oscurando in gran parte lo studio ed il lavoro certosino svolto dietro ad un capolavoro, banalizzando in maniera abbastanza grossolana una pietra miliare.

E’ il caso di Born in the U.S.A., apprezzato dai buzzurri e snobbato dai palati fini solo perché troppo popolare.

E’ giusto soffermarsi su Dancing in the Dark, primo singolo estratto, un brano che ha stupito lo zoccolo duro dei fan del boss… dopo il lavoro volto alla ricerca di una essenzialità sonora, scarna e acustica in Nebraska, i sintetizzatori di Dancing in the Dark sono come l’ascolto di In A Gadda da Vida durante una funzione religiosa. Come spiegare questo cambiamento? Semplice!

Il ritorno di Springsteen all’E-street band.

Dancing in the Dark è una canzone nata dal’ imposizione del produttore che voleva a tutti costi legare il nuovo disco ad una hit supermegaplanetaria… la frustrazione che il boss ha provato nel non ritenersi capace di scrivere un brano adatto alla causa la possiamo notare nel testo (“You can’t start the fire without a spark” –> “non puoi accendere il fuoco senza una scintilla”, è una frase abbastanza emblematica).

Il premio Grammy ricevuto per Dancing in the Dark è la risposta ad ogni dubbio di Springsteen riguardo la sua capacità compositiva.

 

Il video è stato girato da Brian de Palma e ha avuto il merito di lanciare la carriera di Courtney Cox.

Born in the U.S.A. è il nome della canzone che da anche il titolo all’album, un brano nato due anni prima, durante le session di Nebraska, in chiave acustica.

Il brano è una denuncia di Bruce Springsteen che cerca di evidenziare il disagio dei reduci della guerra del Vietnam, obbligati a partire per un conflitto inutile, veterani etichettati dalla società come inetti e sconfitti, un’inutile ascesso che zavorra l’ascesa di una economia esplosiva.

Inizialmente il brano avrebbe dovuto chiamarsi Vietnam, il titolo finale è stato scelto da Springsteen dopo aver ricevuto una sceneggiatura di un film di Paul Schrader intitolata proprio Born in the U.S.A..

Il ritmo incalzante, quasi da richiamo alle armi, e il titolo patriottico, hanno indotto molti a credere la canzone un vero e proprio elogio del paese, soprattutto Reagan ha travisato il contenuto della canzone tanto da usarlo all’interno di un proprio discorso elettorale.

Naturalmente Bruce Springsteen non ha gradito.

La cover, oramai divenuta una icona internazionale,  è frutto del genio fotografico di Annie Leibovitz.

di Pillole Musicali in 8 bit