Come sarebbe la vita senza suoni, senza musica? Sarebbe triste, tristissima. Senza emozioni. E, probabilmente, anche senza i Cloud Nothings lo sarebbe.

La band americana, from Cleveland, capitanata da Dylan Baldi si è ritagliata negli anni un posto influente nella scena musicale indie. Fin dagli esordi. Fin dall’approccio spensierato e lo fi dell’omonimo disco. Quelle sonorità pop punk che qui, in Life Without Sound, ritornano. Finito l’incantesimo più estremo dei precedenti Attack on Memory (un capolavoro grunge sotto la supervisione del maestro Steve Albini) e Here and Nowhere Else, i Cloud Nothings, prodotti ora da John Goodmanson (Sleater-Kinney, Blonde Redhead, Bikini Kill, Death Cab for Cutie e Unwound) si lasciano alle spalle i ritmi più serrati e sporchi per concedersi un po’ di leggerezza e di riflessione. O meglio di meditazione, squarciata qua e là da malinconia. C’è una precisa volontà di smussare gli angoli e svolazzare alla ricerca di tinte più colorate (ma non troppo) dopo i tumulti di un passato buio e rancoroso, ma bello e necessario, che ancora lascia strascichi in alcuni dei pezzi più strillati. Come nel disperato frastuono di Strange year o nella traccia finale Realize my fate, quasi a dire “attenzione: non siamo poi così morbidi”. Nove tracce che vanno assolutamente riascoltate per conoscerli, riconoscerli, comprenderli, e magari anche amarli.

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