L’importanza, discografica e non solo, di Morrissey l’avevamo già dichiarata apertamente.

Adesso Morrissey ha pubblicato “Low in High School“, ultimo album dal 2014, prodotto da Joe Chiccarelli.

Dodici tracce, dove non manca mai il ritmo. 

Dopo il primo ascolto la sensazione che si ha è che “Spent the day in bed” abbia creato aspettative eccessive.

L’album si apre con “My, Love i’d do anything for you”, una canzone che evoca immagini circensi, pompa magna e comune a tantissimi artisti inglesi come a cantautori italiani. 

Scorrendo le tracce il desiderio di quella perfezione presente in “StDiB” diventa spasmodico ed insoddisfatto. 

Il brano più lontano da Morrissey, per musicalità indubbiamente, è “Home is a Question mark”.

Svuotato, senz’anima.

Per fortuna c’è “I Bury the Living”, con il suo passo inquietante, sound di chitarra da rockabilly pulito incastrate in atmosfere che ricordano Piazzolla nei fraseggi, per irrigidirsi nel bridge.

Ad arricchire i 7 minuti e 25 secondi, voci che ricordano Masked Ball di Jocelyn Pook in Eyes Wide Shut. 

Gli ultimi due minuti sono uno scherzo chitarra e voce da camera, dove viene fuori la pasta cristallina della voce di Morrissey.

Seguita da “In your Lap” restituiscono la vera dimensione dello Steven di oggi, maturo, profondo, cantore distaccato e tagliente dei nostri giorni.

Osservatore cloridrico e dolce esattore delle responsabilità è accompagnato dal piano e da suoni ambientali campionati.

Piano che è collegato alla successiva “The Girl from Tel-Aviv Who Wouldn’t Kneel” trasformandosi da nenia a pop latino, quasi una salsa di dubbia collocazione nella carriera del Moz.

“All the young people must fall in love” è inaccettabile.

Non si può accettare da Morrissey un brano così malamente scopiazzato da “Give Peace a Chance”. 

A farla da padrone in conclusione del disco ancora 3 tracce di denuncia, un’altra a tema Israele e una forse rivolta a casa nostra, “Who Will protect us from Police?”.

Tralasciando sul piano musicale il totale anonimato della produzione, è sul punto lirico, che pur abbiamo sempre incensato qui sulle pagine di CSI, che bisogna soffermarsi.

Sembra che al vecchio Moz sia scappata la mano verso il cliché di temi umanitari corali, di quelli così facili da avvicinare pubblico come suonare “La canzone del Sole” un lunedì’ di pasquetta.

Da una mente ed una penna profonda come la sua ci si aspetta qualcosa di più rispetto a quello che da a mangiare Fabrizio Moro.

In conclusione “Low in High School” è un album che presenta 3-4 tracce degne di nota, contornate dalla misantropia autocelebrativa del caro vecchio, ugualmente inarrivabile, Steven Patrick Morrissey.

 

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