I Virginiana Miller sono tornati sulla scena musicale dopo ben sei anni con un nuovo disco, un album completamente diverso dai precedenti. Ho avuto modo di fargli qualche domanda e vederli dal vivo in concerto.

L’altra sera al Monk lo show, nella sua completezza, ha tenuto veramente bene. Un concerto diverso da quello che, diversi anni fa, portavano in giro per l’Italia durante il tour di Venga il Regno  (ndr: sesto album in studio dei Virginiana Miller, del 2013).

Lo spettacolo, diviso in 2 parti, ha dato prima spazio alle canzoni del nuovo disco e ad un omaggio a Springsteen (The Ghost of Tom Joad) poi ai classici del loro repertorio. Due lingue quindi, l’inglese e l’Italiano, ma anche due modi differenti di suonare, di muoversi sul palco e interagire con il pubblico.

Il sound dei Virginiana ormai è più maturo, ma non per forza serio, di certo non noioso.

Anche quelle canzoni – che nel disco suonano come classiche ballad d’oltreoceano – dal vivo acquistano un’identità diversa: più energica e meno malinconica come nel caso di Motorhomes of America o decisamente più ritmata, aperta e meno cupa come Lovesong.

Ho capito solo a fine concerto quello che mi aveva detto qualche settimana prima il batterista Valerio Griselli:

Considera che è diverso cantare in inglese ma anche suonare in inglese. È un approccio che ti libera da tante cose, puoi fare cose che i Virginiana Miller in italiano non potrebbero fare… E’ più energico, più immediato.

Piccola piacevole sorpresa inoltre: sul palco è salito un ospite davvero d’eccezione, l’ottimo violinista e compositore Andrea Ruggiero.

Le “Vedove Miller” possono mettersi l’anima in pace!

“Non siamo mai stati niente”

Così chiosa alla fine dell’intervista Lenzi per ribadire che etichettare i Virginiana Miller – quelli che erano gli indie quando l’indie non esisteva – sia in qualche modo uno sforzo meramente didascalico, perché una definizione non c’è e non c’è mai stata.

I Virginiana Miller sono degli Artisti con la A maiuscola, di quelli per cui la ricerca è parte essenziale e per certi versi preponderante rispetto al risultato.

Hanno cambiato tutto in quest’ultimo disco (dalla lingua al processo creativo di generazione di musica e testi) e cambiando tutto sono rimasti fermamente loro stessi.

Che avete fatto negli ultimi 6 anni?

Lenzi: Siamo andati a letto presto! Abbiamo fatto un sacco di altre cose… Qualcuno ha fatto figli, tutti hanno lavorato, io ho scritto un paio di libri. Insomma, ci siamo dati da fare anche per pagare il mutuo.

Come nasce l’idea di fare un disco di questo tipo, e con i testi in inglese?

Quando abbiamo fatto Venga il Regno, abbiamo detto quello che avevamo da dire con i nostri mezzi espressivi e crediamo di averlo detto nel modo migliore.

Ripercorrere le stesse strade sarebbe stato rifare un po’ la stessa cosa, magari non ottenendo la soddisfazione che avevamo ottenuto con le canzoni di Venga il Regno. Quindi abbiamo cercato un’altra strada.

D’altra parte quando noi avevamo cominciato a suonare, moltissimi anni fa ormai, la scelta di cantare in italiano non era così scontata, era una cosa che ti impegnava a trovare delle soluzioni formali nuove per riuscire ad armonizzare la musica che sentivamo con la tradizione italiana.

Ora, dopo tanti anni, abbiamo deciso di fare un disco in inglese perché alla fine è un po’ come cantare la messa in latino, un tornare ai classici, battere una strada nuova.

Cantare un altro mondo perché quello che avevamo cantato sin qui aveva un po’ esaurito.

Bardi: Esatto: con il penultimo disco avevamo la sensazione di aver compiuto un percorso. Ricordo l’ultimo concerto del tour vero e proprio che abbiamo fatto di Venga il Regno al Circolo degli Artisti con un po’ di ospiti.

Abbiamo fatto una specie di festa e dopo quel concerto c’era un po’ la sensazione che fosse finito qualcosa. C’era una sensazione che più di così non si potesse fare.

Da come era riuscito bene il disco, il tour, abbiamo vinto la Targa Tenco, il David, cosa si poteva fare più di così?

Poi c’è da dire che era stato un tour un po’ stancante, non tanto fisicamente, ma perché avevamo un po’ la sensazione che il tour nei club – che per una band come noi è indispensabile – cominciasse a stare un po’ stretto alle ultime cose che avevamo creato.

Oltre al tour avevamo fatto anche delle date teatrali e ci sembrava che uno sbocco naturale per quello che stavamo facendo fosse portare la nostra musica a teatro. Così abbiamo ricominciato a suonare chiedendoci “cosa possiamo fare per spingerci verso qualcosa di diverso non solo nel disco ma anche nel live?”.

Abbiamo fatto qualche tentativo che non è uscito dalla sala prove fino a quando non siamo arrivati al disco in inglese. Non ci ha ancora portato alla dimensione teatrale però è un po’ come quando te per motivarti dici “domattina mi alzo alle 8 per andare a correre” che poi magari non vai a correre però intanto ti sei alzato alle 8.

A proposito dei  live e del rapporto con i fan, vi ho visto per la prima volta in concerto all’Alpheus tanti anni fa ai tempi de La verità sul Tennis (ndr: terzo album in studio, 2003) e ricordo che, nonostante il disco fosse uscito da poco e voi non eravate così famosi, il pubblico romano è arrivato preparato sulle canzoni e ha cantato con voi per la maggior parte dello show. Questo nuovo disco non può creare uno strappo con la fan base storica?

Lenzi: Il rischio c’è. Una cosa che abbiamo sperimentato in tutti questi anni è che è sempre stata data molta importanza ai testi, che magari ce l’avevano, ma questo metteva a volte un po’ in ombra il fatto che fossero testi di canzoni, che ci fosse un tutto che era la somma delle parti, che l’aspetto musicale era altrettanto importante di quello testuale.

Con il disco in inglese abbiamo rimesso le cose nella loro giusta dimensione, c’è ovviamente una musicalità dei testi che ha a che fare con il fatto di essere delle canzoni. Quelli che sono rimasti più delusi li abbiamo chiamati “Le Vedove Miller”. Però in realtà non cambia nulla e abbiamo messo la stessa cura che mettevamo nelle canzoni italiane.

Queste di The Unreal McCoy sono canzoni comunque molto immediate anche musicalmente, hanno una loro fresca immediatezza, non sono state per niente cervellotiche nella loro composizione, sono state lineari.

Nel processo creativo avete utilizzato quello che ha scritto Simone Lenzi nel suo libro “Per il verso giusto” per produrre la musica o l’avete visto come un percorso staccato?

Catalucci: Non credo, non abbiamo bisogno della “didattica lenziana”. Paradossalmente, molte canzoni sono nate quando lui era molto impegnato. Questa è forse una cosa importante e di ispirazione per Simone stesso.

In effetti qualcosa abbiamo cambiato nel nostro iter: eravamo abituati a fare il disco, poi i concerti e poi riprendere contatti con la scrittura alla fine del tour dei concerti. Il che voleva dire trovarsi magari a due anni dall’uscita del disco precedente a riprendere la scrittura.

In questo caso già dopo l’uscita di Venga il Regno ci siamo messi a scrivere. Diversamente da prima, quando aspettavamo di essere in 6 in sala prove per scrivere, abbiamo cambiato un po’ il processo: registrando.

Magari cominciavamo ad arrangiare la base. Ci siamo permessi di allargare un po’ gli spazi.

In un equilibrio precedente forse eravamo un po’ più “cervellotici” ed era difficile fare una canzone con gli accordi aperti.

È stata una maniera differente di arrivare allo stesso risultato di completezza. Probabilmente questo ha ispirato anche Simone a fare qualcosa di diverso rispetto a prima.

Per concludere: un commento sulla sulla scena musicale attuale attuale.

Catalucci: Da Venga il Regno è cambiato tantissimo il panorama musicale italiano. Quelli della nostra generazione sono rimasti in pochi. Hanno uno spazio che è più meno sempre quello. Sono usciti fuori i nuovi indie se per indie consideri Coez o Gazzelle… che musicalmente a me non piacciono.

Lenzi: Riguardano un’altra generazione. Non abbiamo nemmeno gli strumenti. Non li capisco. Parlano un altro linguaggio e uno non è che deve capire tutto per forza ed essere forever young. Ci vedi a noi con i tatuaggi in faccia?!

Bardi: Poi c’è il rap italiano. Ho dei figli che hanno l’età per ascoltare Salmo, Nitro ecc… quindi un po’ li ho sentiti. Anche se non ce l’ho nel mio bagaglio riconosco però che hanno un valore.

Rispetto all’indie italiano trovo che ci sia più qualità nel rap. Poi ci sono gli eredi della tradizione indie nostra come Motta o  Zen Circus che son bravi e sono contento che hanno trovato spazio. Purtroppo però credo che non siano la tendenza ma l’eccezione.

di Damiano Sabuzi Giuliani

Foto di Vale C.

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