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|Review| La musica diretta e schietta di Ariete potrebbe salvare il post-indie

Il 2020 si è concluso da poco e raramente ho visto uscire così tanti dischi di artisti italiani. Più che dischi veri e propri però c’è stato un quantitativo sproporzionato di singoli, principalmente per fare contento l’algoritmo di Spotify che incentiva l’ipertrofia delle produzioni in cambio di una dubbia visibilità. 

Ariete rappresenta una ventata di aria fresca nel caldo soffocante delle produzioni ipertrofiche “post-indie” del 2020. Scusate se è poco.

La questione della quantità, già sollevata anche in altre sedi con un invito ad una selezione a monte, è per me inevitabilmente legata ad una questione di qualità.

Tra le tante proposte italiane che ci arrivano dal cosiddetto “post -Indie” con “preghiera di recensione”, davvero poche sono quelle degne di nota. La cosa che mi ha colpito molto è che mai come nel 2020 ho sentito cose create, prodotte e promosse che suonano allo stesso livello della risacca della mia lavatrice, con il suono di qualche moneta lasciata dentro le tasche dei pantaloni a fare da metronomo.

Tra le tante cose orribili, il gusto di trovare qualcosa di interessante diventa motivo di gioia. È il caso del lavoro di Ariete, un piccolo ma ben assestato uppercut lanciato in faccia a chi non ritiene possibile che a volte tutto sia possibile.

La storia di Ariete è simile a quella di tanti artisti di questo decennio: registrazioni da cameretta, una chitarra e un PC e qualche buona idea in tasca.

Ed è così che l’artista in questione (all’anagrafe Arianna Del Giaccio, classe 2002) a maggio 2020 fa uscire un primo EP, Spazio, il quale, pur nella sua brevità e con una registrazione e una produzione essenziale, riesce a impressionare soprattutto per un tocco cantautoriale scarno, ma efficace. Essenziale e sincero.

Il secondo EP 18 anni, uscito a dicembre 2020, alza invece la qualità. Anche in questo caso parliamo di una manciata di brani, un piccolo manualetto in cui Ariete descrive i teenagers di oggi alla soglia dei vent’anni, pieni di incertezze, paure e passioni. Salite e discese, cadute e forza di rialzarsi.

Ed hai lasciato a casa mia soltanto un paio di magliette

Che mi somigliano un po’ perché oramai ti stanno strette”

Non ci gira troppo intorno ai concetti Ariete. E neanche cerca di coprire i punti di debolezza con troppi filtri: produzione minimal, l’artista romana rischia tutto mettendosi a nudo senza troppe maschere e makeup e risulta davvero credibile senza nulla da invidiare alle produzioni più complesse.

Forse il target di ascolto non è il quasi quarantenne che scrive questa recensione, alla sua età la mia generazione cercava di esprimersi con il punk e il rap! Ma ritrovo parte di  quell’attitudine “spacca tutto” che Ariete riesce ad esprimere pur con altre sonorità e rime.

Insomma: una bella ventata di aria fresca nel caldo soffocante delle produzioni ipertrofiche del 2020. Scusate se è poco.

di Damiano Sabuzi Giuliani

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