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|Review| Colapescedimartino: l’album-progetto “I Mortali”

I mortali di Colapescedimartino è un disco delicato e aspro allo stesso tempo, un canto d’amore per la Sicilia simbolo di quanto di delicato e aspro c’è nella vita: “dei bambini annoiati / sulla scala dei turchi / si abbandonano sereni / a una gara di rutti / sono molto felici quindi / hanno tempo per farsi male” (Luna araba).

Gioia e dolore come vita e morte, Colapesce e Dimartino tornano in Magna Grecia, recuperano il pensiero dei suoi abitanti oziosi (i filosofi), misurando la bellezza con l’immortalità divina (“i greci lo sapevano già / che figa l’immortalità”, Majorana).

Noi siamo mortali, e proprio per questo tutto può essere così bello, doloroso, pieno e vuoto.

Una tensione vitale che trova il suo massimo fulgore nell’adolescenza, quando la pulsione smarrisce ogni orizzonte: “la scuola un po’ mi uccide ma mi sento immortale” (Adolescenza nera).

Il disco si apre con Il prossimo semestre, manifesto e dichiarazione d’intenti sotto il segno dell’autoironia, come a voler mettere subito le mani avanti e dichiararsi innocenti di fonte al tribunale della moda musicale, restando così fedeli a una tradizione che nel loro caso non è ripetizione ma arricchimento: “Ora lasciami solo / Solo come un cantautore / Poco attuale, si fa male / Nell’attesa che arrivi / Come una sorpresa / Una melodia moderna / Con immagini potenti / Per piacere al mio editore / A una ragazza del 2000 / E rinnovare il mio contratto”.

Nell’estemporaneo dialogo di metà canzone Colapesce dice al suo compare che bisognerebbe scrivere una hit, una mina, e Dimartino risponde: “ecco, mi piacerebbe scrivere per Mina”.

Non so se per loro modestia o deformazione mia, ma una mina nel disco c’è, ed è Luna araba. E meno male che non la canta Mina, perché così possiamo ascoltare la voce di Carmen Consoli. Una canzone che è anche racconto poetico della contaminazione culturale della loro terra, tra normanni, arabi e turisti, che vanno ad aggiungersi ai greci succitati in un trionfo di bellezza.

Colapescedimartino è per tutti questi motivi un matrimonio felice: le voci si intrecciano, si accarezzano, si fondono, la musica è quella a cui ci hanno abituato con i loro dischi precedenti, con vette di estrema intensità, le parole sono quelle giuste, provengono da vari registri ma non sono mai distanti. E non penso di esagerare quando dico che difficilmente questo 2020 italiano potrà regalarci miglior disco.

“È l’ultimo giorno di scuola / non so che cosa mi aspetta da tutta la vita finora / so che chi perde qualcosa poi torna a cercarcela / nei posti dov’è stato negli angoli nascosti” (L’ultimo giorno).

di Malatesta

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