Il nuotatore non è solo il disco di uno storico gruppo italiano. È la prova che la musica, quella fatta bene e con passione, non teme il passare del tempo. Voce, chitarre, basso e batteria raccontano storie e persone vere e creano un prodotto di qualità e controtendenza.

La scena musicale italiana – quella che tira – ormai si può dividere in due: la trap e l’itpop. Chi rema contro corrente è senz’altro un folle, un anarchico, un sovversivo: in pochi riescono ad emergere o a rimanere a galla, figuriamoci a “sfondare”.

Prendiamo l’itpop  o l’indie: in prima fila ci sono gli animali da stadio, quelli che riempiono i palazzetti e intasano le playlist di Spotify. Parlo di Calcutta, Cosmo, Lo Stato Sociale e Thegiornalisti ma anche Motta e Brunori Sas. Questi nuovi fenomeni dal talento indiscutibile sfornano singoli che intasano le classifiche lasciando agli altri le briciole e sogni da emulazione.

E poi?

E poi ci sono i musicisti di tutt’altra pasta, quelli che la sanno lunga, quelli che se ne fregano di omologarsi e restano coerenti solo a se stessi. Magari se ne fregano di Sanremo e anche di vedere le proprie canzoni in una playlist super gettonata di qualche piattaforma musicale.

Ecco oggi parliamo di loro. Parliamo dei Massimo Volume.

Che sfacciatamente tornano sulla scena musicale italiana con quanto di più puro e coerente con se stessi hanno da offrire. I Massimo Volume – ricompattati nel trio storico formato da Egle Sommacal, Emidio Clementi e Vittoria Burattini – escono con Il nuotatore il 1 febbraio per 42 records. Si presentano al pubblico con un disco minimale e allo stesso tempo ricco di sonorità che accompagnano la voce narrante in un intreccio di storie, volti e immagini dense e ricche di pathos. Niente trucchi né alterazioni sonore. Niente sintetizzatori né tastiere.

9 canzoni, nove storie contemporanee con acuti riferimenti storici e letterali che ad un primo ascolto sembrano anacronistici tanto siamo anestetizzati e disabituati.

 Dalla strage di Orlando del 2016 (Una Voce ad Orlando), passando per una delle malattie dell’ultimo decennio ovvero la ludopatia raccontata nella sua tragica conseguenze in La ditta di acqua minerale, sino alla title track che altro non è che un ottimo omaggio allo scrittore americano John Cheever.

Il lato B è decisamente più ermetico e anche il sound sembra cambiare. Incontriamo personaggi immaginati da Dostoevskij in Nostra Signora del caso. Assistiamo ad una strana conversazione con Nietzsche a Venezia nel giugno 1884 in Fred. Ragioniamo sul destino degli uomini e sulla vita partendo dalla vicenda di un personaggio poco noto ma al tempo stesso determinante per quello che fu l’avvio della guerra civile spagnola (Mia madre e la morte del gen. José Sanjurjo) confrontandoci con la percezione di una madre che innesta il testo di riflessioni e piccole lezioni di vita.

 

mia madre l’ha sempre sostenuto:

andare in giro

col culo profumato

è il solo modo di farsi rispettare

per chi nella vita

non è nato fortunato

Chiude il disco Vedremo domani che, a detta dell’autore, “parla di quello che tutti noi sappiamo fare meglio, giustificare noi stessi.”

È passata quasi un’eternità dalla fine degli anni Ottanta e ben sei anni dal loro ultimo disco “Aspettando i barbari”. Oggi i Massimo Volume tornano in scena dalla porta principale, consapevoli che hanno ancora qualcosa da dire e – soprattutto – da insegnare alle giovani generazioni di musicisti troppo concentrati su se stessi e sui like per guardare indietro e saper interpretare il presente e il futuro.

 

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