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Roger Waters, “Is This the Life We Really Want?” (Columbia)

Roger Waters

Roger Waters

 

Negli ultimi mesi mi sono ritrovato ad ascoltare assiduamente molta musica cantautorale anglofona, molto probabilmente perché con gli anni il mio orecchio si è abituato a carpire i testi in inglese senza bisogno di andare a ricercarli in rete e tradurli. Ed è in questo periodo che i trailer sul nuovo disco di Roger Waters, Is This the Life We Really Want? (Columbia, 2017) rilasciato il 2 Giugno scorso hanno fatto capolino.

Roger Waters rilasciava i primi frammenti del disco, e già da lì si recepiva il taglio politico e disilluso e, con la paura dell’ennesima trovata commerciale, della rock star attempata che ritorna con dischi discutibili, mi sono catapultato ad ascoltarlo appena disponibile su Spotify.

Storico fondatore dei Pink Floyd e colui che ne ha retto le redini nella loro fase più nota al grande pubblico – dal prematuro abbandono del leader geniale Syd Barrett fino alla rottura di The Final Cut (Harvest/Capitol, 1982) – Roger Waters è stata la mente trainante di capolavori come The Dark Side of the Moon (Harvest/Capitol, 1973), Wish you were here (Harvest/Capitol, 1975), The Wall (Harvest/Capitol, 1979).

Ammetto che ero preparato a una delusione nostalgica e mi sono tuffato coi piedi di piombo nell’ascolto. Dopotutto l’ultimo disco solista di Waters risale ad Amused to Death (Columbia, 1992), vecchio di 25 anni, intervallato soltanto da una opera classica in tre atti (Ça Ira – Sony Classical, 2005) basata su un libretto dei francesi Étienne Roda-Gil e Nadine Delahaye. E tra l’altro, ho sempre trovato i dischi solisti di Waters abbastanza ostici, poco digeribili, asfissianti.

Nulla a che vedere con le ultime produzioni con i Floyd nè persino l’ultimo prima della separazione, The Final Cut, che con gli anni ho imparato ad apprezzare sebbene di lavoro di gruppo ne era rimasto ben poco.

 

Roger Waters - Is this the life we really want?

Roger Waters – Is this the life we really want?

Eppure questo Is This the Life We Really Want? è un disco che si fa ascoltare bene. Anzi, sembra quasi riprendere la storia degli ultimi Pink Floyd, con sonorità che ricordano da vicino – molto da vicino – i fasti di Animals (Harvest/Capitol, 1976) e degli ultimi lavori di Waters coi Pink Floyd, The Wall e soprattutto The Final Cut. Ed è piacevole assecondare la nostalgia con sonorità familiari anche se tutt’altro che nuove – dopotutto anche se alla produzione c’è il geniale Nigel Godrich (Radiohead, Beck), gli anni di Roger Waters, 74, si fanno sentire.
Si ritrovano lente ballate basate su accordi di piano con riverberi esagerati, marce vagamente prog-rock che ricordano “Sheep” del ‘76, collage di voci radiofoniche, rumori di piatti rotti, gabbiani, persino il vento grato a “Shine on you crazy diamond”.

Ma il vero potenziale di questo disco sta nei testi.

Waters ha spostato il suo occhio disilluso verso la società contemporanea.
Se mentre prima raccontava la perdita di un padre (il suo) durante la seconda guerra mondiale, ora demonizza le guerre moderne e i padri che muoiono nelle guerre guidate dalla finanza e l’odio religioso/razziale, i dorni che sorvolano e spiano, i nuovi muri e confini che lacerano città e nazioni.

In ogni canzone traspare il rammarico e la rabbia per una società assuefatta e rincoglionita davanti alla TV (Sat in the corner watching TV, deaf to the cries of children in pain, “Part of me died”), per i rifugiati abbandonati a morire sulle spiagge (And search the horizon and you’ll find my child, down by the shore, digging around for a chain or a bone, “The Last Refugee”), per l’idiozia nell’inseguire il sogno americano (We chose the American Dream and oh mistress liberty, how we abandoned thee, “Broken Bones”), per l’avidità (There’s nothing but screams in the field of dreams [..] nothing but gold in the chimney smoke, come on honey it’s real money, “Smell the Roses”).

 

Non risparmia nessuno questo Roger Waters che a volte sembra un anziano che sbraita contro il mondo, non usa mezzi termini e il modo diretto e crudo con cui esprime la sua angoscia, la sua intolleranza, può anche infastidire.
E può anche risultare spocchioso il modo in cui etichetta milioni di votanti (The trout in the streams are all hermaphrodites, you lean to the left but you vote to the right, “Déjà Vu”).

Ma la cosa che lo fa imbestialire di più è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

C’è perfino un frammento di un suo discorso all’inizio della title track. Il buon Roger non riesce ad accettare il fatto che un nincompoop (sciocco, come lo etichetta tra i versi) possa essere stato votato e che sia al potere. Il tema del presidente sciocco ricorre in molte canzoni ed è visto come un segnale del declino della società contemporanea che sta in prima fila come formiche (So, like the ants, are we just dumb?) a filmare con l’iPhone lo show, inchiodata davanti alla TV senza intervenire, senza scalfirsi (Is that why we don’t feel or see? Or are we all just numbed out on reality TV?).

E il tormento del compositore non si placa se non nelle ultime righe della bellissima traccia di chiusura “Part of me Died”, dove un elenco di piaghe che affliggono la nostra quotidianità si chiude con le parole: It would be better by far to die in her arms, than to linger in a lifetime of regret (preferirei di gran lunga morire tra le sue braccia che soffermarmi in una vita di rimpianto).

Come a dire: la vita è piena di merda, preferirei morire piuttosto che tenermela dentro. Ed è per questo che vale la pena ascoltare questo disco.

Può risultare pedante a tratti, ma Roger Waters non è tornato dopo 25 anni con un disco per risanare le sue finanze – avrebbe continuato a riempire gli stadi ad ogni apparizione anche senza un nuovo disco – no, è tornato perché aveva da dire qualcosa.
Si può essere d’accordo o meno con quello che pensa, ma a lui non frega niente, sarebbe esploso se non lo avesse fatto: Our parents made us what we are or was it God? Who gives a fuck? It’s never really over, “When We Were Young”.

Non è mai davvero finita.

 

Roger Waters inizierà in Italia il suo tour US+THEM con doppia data a Milano (17-18 Aprile 2018) e Bologna (21-24 Aprile 2018).

I biglietti sono acquistabili da oggi 3 Ottobre 2017.