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E shoegaze sia… [19] Novembre porta pioggia, ma anche note abbaglianti.

E Shoegaze sia ...In Her Eye

Il percorso che ci accingiamo a fare avrà la forma di un triangolo con vertici quali Italia, Usa e Giappone: tre paesi dove lo shoegaze prospera e offre sempre frutti dolcissimi.

Dopo Hello, We are not Enemies e il primo lavoro, Best Selling Dreams, il progetto Novanta di Manfredi Lamartina si ripresenta ancor più electro and dream che mai.

Lovers, il singolo che anticipa l’uscita di Some are Stars, è qualcosa di prezioso e fuori dal tempo. Una brezza marina proveniente da lande lussureggianti e intervallate da fiordi battuti da acque increspate.

Lovers si muove attraverso quasi sei minuti di chitarre ipnotiche e gentili creando uno strumentale ricco di pathos e di intenso lirismo, meglio se ascoltato guardando le immagini del bellissimo video girato dalla promettente Ilaria Sponda.

Attendo con ansia l’album che uscirà a brevissimo. 

Ora facciamo una virata negli Stati Uniti e precisamente nell’Indiana, terra dei Whimsical, progetto che, per chi segue la scena indipendente, suonerà di certo familiare.

Il nuovo lavoro, Bright Smiles & Broken Hearts, è quanto di più dream pop e shoegaze ci possa essere: chitarre ben definite liquide o spaziali all’occorrenza, ritmiche asciutte e la bella voce di Krissy Wanderwoude in primo piano a tessere trame gentili e dorate.

The Exception ci fa volare all’interno di un’astronave per lidi cosmici, I Always Dream of You vive di sussulti e colori, Earth Angel si impernia su una chitarra quanto più shoegaze ci possa essere, con echi tra Adorable e Pale Saints.

Chiude il disco Solace ed è un viaggio bellissimo tra distese marine notturne e galassie e nebulose sperdute nello spazio.

  ]embedyt] https://youtu.be/OY7ERzPLHGI[/embedyt]

Ultimi, ma non ultimi, i Collapse, altra rivelazione proveniente dal Sol Levante. In questo caso, abbandoniamo i lidi più pop dei Luby Sparks o 17 years Old and Berlin Wall e cavalchiamo onde sonore più grezze e d’impatto.

Endogenic Birthday, ep di tre pezzi, inizia con Ritual che deve tantissimo ai MBV, ma le sue sfuriate, ingentilite dalla voce angelica di Shoko sanno tantissimo anche di Sonic Youth.

Bleed riprende il primo pezzo e martella sfinendoti con un vortice di chitarre.

I quattro ragazzi di Tokyo non concedono nulla alla pura melodia o a pause, assolutamente, ma danno tutto strizzando dai loro strumenti note tiratissime dove solo la voce dà un barlume di calma apparente. respiriamo solo con l’ultimo brano, Oblivion, e qui apprezziamo il talento per atmosfere più dilatate e sospese per poi esplodere in una deflagrazione assoluta a metà brano.

Scusate, saranno derivativi, zero originali, ma spaccano di brutto. Li approvo.

E shoegaze sia… di Dario Torre

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