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E shoegaze sia… [22] Tra pandemie fisiche e soprattutto psicosociali

E Shoegaze sia ...In Her Eye

Che periodaccio questo febbraio, pieno di pandemie fisiche e soprattutto psicosociali, ma cerchiamo di concentrarci sulla musica, che un po’ di cose carine ne abbiamo da segnalare.

I Red Mishima danno alle stampe il loro primo album e tutte le intenzioni sono assolutamente chiare ed evidenti. A dispetto della copertina rosso sangue, a mo di sacrificio, la musica che i quattro ragazzi ci donano è scura e carica di pathos.

Trame cariche di new wave e riferimenti a una decade che ancora fa scuola e che lascia un segno su un bel po’ di generazioni.

La cosa di per sé non è un male, anzi, anche perché con certi atteggiamenti e sonorità bisogna farci la mano e avere padronanza e i Red Mishima ce l’hanno, a patto che in futuro sublimino la loro attitudine verso qualcosa di più “pericoloso”.

La marcia da tregenda si apre con Oblivion e la chitarra sinistra e liquida ci apre un mondo onirico e sospeso, dove la voce di Corinna detta trame inerpicandosi su intrecci sapienmti di basso e batteria. Intrecci netti e pulsanti.

Paradigmatico è un pezzo come Vampires, anch’esso dotato di quel pathos melodrammatico oscuro al punto giusto. Il muro si rompe con i sette minuti del singolo, Beyond the Mirror, una marcia che sfiora umori dream pop con profumi di Cranes.

Tutto perfetto e assolutamente inquadrato. Da tenere d’occhio, perchè i Red Mishima hanno armi affilate e promettono molto bene.

Altra novità inaspettata, ma gradita è il nuovo EP dei Backlash, combo milanese che pubblica Passing By.

My Wrong parte con lento incedere opportunamente noise, una batteria pulsante e una greve esplosione su territori tra Adorable e Six By Seven. Far Away, più lenta e marziale, è una marcia lisergica.

Il singolo, Everybody But Me, non vuol essere radio friendly, ma lavorare su chitarre dense e pungenti mentre la voce declama piena di riverbero e il ritornello ti avvolge. A Handful of Dust chiude in acustico ingentilendo il tutto.

I Backlash rispetto a quando li avevo visti al Flux dimostrano molta più sapienza e rabbia. Disconoscono il brit pop e si avventurano verso lidi più sonici e oscuri. Ottimi.

E shoegaze sia… di Dario Torre

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