Non posso non ammettere che ho sempre adorato Thurston Moore ed i Sonic Youth (SY) e che sono una delle band che mi ha profondamente ispirato e lo fa tuttora. La loro pausa permanente iniziata dopo l’uscita del disco The Eternal (2009, Matador Records) – un disco un po’ sottotono ma solo se paragonato a tutti i precedenti – mi ha lasciato un misto di rabbia per non averli mai visti tutti insieme dal vivo prima della fine e un po’ di malinconia. Thurston Moore (chitarra, voce), Kim Gordon (Basso, chitarra, voce), Lee Ranaldo (chitarra, voce) e Steve Shelley (batteria) hanno retto magicamente per quasi 30 anni una band che cavalcando l’underground rock senza mai diventare mainstream ha saputo fondere l’art rock, lo sperimentalismo puro, il punk e il pop collegando i puntini tra il no wave anni’80, il grunge anni ’90 e sopravvivendo ad esso quando altre band sprofondavano nel loro stesso successo. Il 2009 un dannato divorzio (tra Thurston e Kim) – si proprio una banalità del genere – ha chiuso questo capitolo. Ma cascate di creatività del loro calibro non potevano stare ferme troppo a lungo; ogni componente ha infatti continuato a produrre ottima musica negli anni a seguire in veste di musicisti, produttori, visionari.

Dopo oltre 15 anni dal suo primo fantastico disco solista Psychic Hearts (1995, Geffen Records) e una parentesi poco convincente col progetto Chelsea Light Moving (2013 – Matador Records), Thurston Moore ritorna a produrre dischi solisti di ottima fattura come Demolished Thoughts (2011, Matador Records) e The Best Day (2014, Matador Records). Andai a sentirlo la prima volta due anni fa al Vega a Copenhagen in occasione del tour di The Best Day dove presentava il suo nuovo lavoro affiancato da due nuovi componenti britannici frutto della sua nuova vita Londinese, James Sedwards (chitarra) e la ex My Blody Valentine, Debbie Googe al basso. Alla batteria sedeva il grandioso ex-SY Steve Shelley. Stavo per assistere al 50% dei Sonic Youth ed ero eccitatissimo. Il concerto era preceduto da un documentario sulle battaglie di strada e sulle “black panthers” messo su da Thurston e dalla sua nuova compagna. Nella sala da proiezione stavano seduti due file più in là e ammetto di averli spiati più volte sperimentando un po’ di adolescenziale e inopportuno fastidio “guarda tu se i Sonic Youth dovevano finire per via di ‘sta qua!”. Dopo la proiezione parte il concerto e il suono della sua chitarra e di Steve che martellava nel migliore dei modi mi hanno regalato momenti memorabili. Debbie Googe al basso non aggiungeva nulla alla magia dei due “sonici”, tantomeno la chitarra anonima di James Sedwards che si limitava a ripetere i riff di Thurston oppure dilungarsi in assoli poco opportuni e creativi. Un ottimo concerto, ma quello che ascoltavo erano il 50% dei Sonic Youth anche nel sound. La stessa cosa si percepisce in The Best Day, disco farcito di ottime composizioni e di sentori di incompletezza. L’inverno passato, Thurston ritorna a Copenhagen per una serata di sperimentalismo puro accompagnato dal batterista norvegese Ole Mofjell, un gigante di statura e di bravura con cui ho avuto il piacere di lavorare, uno dei migliori batteristi che abbia mai conosciuto. L’evento si tiene alla Jazzhouse di Copenhagen. In una atmosfera minimale, i due salgono sul palco e si abbandonano a due lunghe suite di improvvisazione, un viaggio sonoro profondo e liberatorio che ha illuminato i sogni e gli incubi della platea per un’ora o poco meno.

Dopo il concerto mi ritrovai a parlare con Thurston Moore, ma come un adolescente davanti al suo idolo, non riuscii a formulare due frasi degne di nota, se non per cercare di dissimulare scioltezza e ripetere quanto il suo lavoro abbia ispirato me e diverse generazioni di musicisti e ascoltatori. Era sereno, ringiovanito, ispirato, molto diverso rispetto all’anno precedente.

E questa serenità traspare nel suo nuovo lavoro Rock n Roll Consciousness (2017, Caroline), rilasciato poche settimane fa. E’ come se i demoni del post-Sonic Youth si fossero finalmente dileguati e la sua maturità come artista sia riemersa con la voglia e la spensieratezza di un ventenne. Rock n Roll Consciousness è un disco sereno, sognante, positivo, trasuda psichedelia e cieli assolati. Un capitolo strano nella discografia di Moore, ma autentico come non mai. Anche in questo disco si affida alla stessa formazione di The Best Day, col fidato Steve Shelley alla batteria, un garanzia, un supporto imprescindibile per la sua chitarra, un ancora su cui poggiare tutto, un macigno. E in questo disco Debbie fa finalmente capolino e riesce ad esprimersi, perfetta nelle cesellature col suo suono morbido e possente. Sarà il mio gusto personale ma non digerisco ancora il lavoro di James Sedwards, che sebbene dopo anni al fianco di Thurston sia riuscito a trovar una nicchia per non essere schiacciato miseramente, apporta un suono troppo “consueto” al progetto. Si inerpica ancora su assoli prevedibili e non all’altezza dei musicisti che hanno fiancheggiato negli anni Thurston (vedi il geniale Lee Ranaldo). Tuttavia in questo disco la presenza di Sedwards è più vicina al mondo di Thurston che in questo disco si abbandona a trip allucinogeni, e alcuni momenti che tendono alla psichedelia non dispiacciono.

 

Peyote walker, sweet talker, soul stalker, spell weaver, receiver – canta Thurston nella prima traccia “Exalted” dopo un intro melodico e dissonante in puro stile thurstoniano e un rallentamento gonfio di distorsione quasi Stoner. Ma la vibe sognante è presente già dal primo minuto. Poi parte la mitraglia di “Cusp” dove Shelley traina la band per oltre 6 minuti in un gorgoglio che ricorda il post-punk. A metà disco “Turn on” mette la ciliegina e da senso a tutto il disco. Uno dei pezzi migliori scritti da Moore negli ultimi dieci anni. Una lenta ballata di oltre 10 minuti intervallata da incursioni soniche degne dei migliori tardo-SY.
Poi il cantato sognante, una breve strofa, la digressione intermedia che decompone tutto per poi ritornare a casa sulla strofa finale. Il momento migliore del disco. Con “Smoke of Dreams” Thurston torna alla sua vecchia balia, la fumosa e ombrosa New York – New York City is everything, people see the ghost dance fearless – ma la canta senza paura dei fantasmi che danzano, altro segno della ritrovata serenità. Il disco termina con la acida e romantica “Aphrodite”, e il tema sognante e speranzoso, collante di queste 5 composizioni si ripropone – My divine source of love, the talisman under crescent sphere, her name is you and it’s everywhere. Qui il basso di Debbie fa un ottimo lavoro, fornisce potenza, consistenza e sostiene i feedback della parte centrale con sicurezza.

 

Questo ultimo lavoro di Thurston Moore mi ha convinto, e sebbene i SY siano dei mostri sacri inarrivabili, la band che supporta il musicista Newyorkese ha finalmente trovato un po’ di coesione ed è riuscita a sostenere la vena creativa di Moore senza far rimpiangere troppo i fasti che furono. Un disco del genere nel 2017 non può stupire come avrebbe potuto fare nella metà degli anni ’80, si muove su territori già esplorati, ma questa luce nuova che Moore riesce a instillare lo rende un piacevole ascolto.

Dopotutto, i tempi magici di “Expressway to Yr. Skull” non torneranno più, accontentiamoci di questo ottimo disco senza storcere il naso.

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