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WAREHOUSE: canzoni, storie e classici dimenticati [22]

20 ottobre 1977, Greenville, Carolina del Sud. 

Reduci dallo show al Greenville Memorial Auditorium, i Lynyrd Skynyrd decidono di noleggiare un Convair CV-240 diretto all’aeroporto di Baton Rouge, in Louisiana. Ad attenderli, l’ennesima tappa del tour di supporto a Street Survivors, primo album in studio con il terzo chitarrista Steve Gaines, uscito tre giorni prima. Il loro live alla Louisiana State University, però, come è noto, resterà un miraggio, cancellato dal terrificante schianto con cui il velivolo terminerà la sua corsa nella foresta di Gillsburg, Mississippi.

L’incidente sancirà inevitabilmente anche la fine dei veri Lynyrd Skynyrd, privati del loro frontman, Ronnie Van Zant, dello sfortunato Gaines e della sorella, la corista Cassie.

Eppure, in qualche modo, strane nubi si erano già addensate sopra i cieli del profondo Sud, oscura premonizione di quanto sarebbe accaduto in quella triste notte.

Qualcuno lo aveva sognato (la terza corista JoJo Billingsley, rimasta a casa malata), qualcuno aveva rinunciato a noleggiare il mezzo poiché non convinto della sua efficienza e dello staff di volo (gli Aerosmith), mentre altri (gli stessi Lynyrd Skynyrd), inconsciamente, avevano già previsto tutto.

Lo avevano previsto nella copertina di Street Survivors, raffigurante i membri della band avvolti dalle fiamme e ritirata subito dal mercato. Lo avevano previsto in uno dei grandi capolavori dell’album: That Smell, in cui quel sentore di morte trovava pieno compimento contro una quercia, tra bottiglie di whiskey e i folgoranti incastri tra le chitarre di Gaines, Allen Collins e Gary Rossington.

Altra materia da romanzo, direbbe il Woody Allen discepolo di Balzac, ma è soltanto una delle tante storie maledette che aleggiano intorno alla cultura pop, per quanto drammatica.

Al di là del cruento epilogo, infatti, meriterebbe maggiore attenzione il modo in cui i Lynyrd Skynyrd si sono congedati da chi, negli anni ’70, li considerava quasi una religione, più che un semplice gruppo da saloon tutto muscoli, alcol e risse. Perché quel destino beffardo decise di colpire gli alfieri del southern rock a poche ore di distanza dall’uscita del loro lavoro forse più maturo e completo, fin troppo oscurato dal clamore suscitato dal celebre dittico iniziale (Pronunced Leh-Nerd-Skin-Nerd e Second Helping) e da quella tragedia che gli permise comunque di scalare le classifiche, guadagnando in poco tempo il disco di platino.

Se i precedenti Nuthin’ Fancy e Gimme Back My Bullets iniziavano a palesare una certa stanchezza compositiva, Street Survivors recuperò lo smalto di un tempo, ampliando quel vocabolario saldamente ancorato alle radici della musica americana.

Pubblicato nell’anno zero del punk, l’album confermò l’attitudine fieramente sudista degli Skynyrd a scandagliare la tradizione roots in tutte le sue declinazioni, ben prima del recupero di certe sonorità in ambito post punk e new wave di Cramps e Gun Club.

Un percorso distante dalle nuove tendenze, incoraggiato proprio all’ultimo arrivato, Gaines, chitarrista dal talento cristallino capace di integrarsi alla perfezione con gli altri due storici axemen, ma anche songwriter estremamente dotato, co-autore di quattro brani su otto. E si tratta degli episodi più trasversali: dallo scatenato boogie, scandito da stacchi improvvisi e assoli fulminanti, di I Know A Little alla toccante ballad dal sapore country I Never Dreamed, passando per il classico southern di You Got That Right e l’hard blues della conclusiva Ain’t No Good Life, cantata, con ottimi risultati, dallo stesso chitarrista del Missouri.

Qualcosa è cambiato nel sound dei Lynyrd Skynyrd, ma era chiaro sin da What’s Your Name, primo singolo irrobustito da fiati di matrice Stax curati dal produttore Tom Dowd con il supporto di Steve Cropper, artist e repertoire man dell’etichetta di Memphis ed ex chitarrista dei Booker T. & the MG’s.

Resterà, però, il loro lavoro più country, fortemente influenzato dalla passione di Ronnie Van Zant per Merle Haggard (omaggiato con la cover di Honky Tonk Night Time Man), nuovo nume tutelare ancora presente nelle inflessioni tipicamente sudiste di One More Time, altra preziosa ballad tra Marshall Tucker Band e Allman Brothers.

Un imprinting che tornerà prepotentemente a galla nella già citata That Smell, inquietante monito dai risvolti autobiografici dominato dai funambolici intrecci fra le tre chitarre, mai così sanguigne, quanto raffinate, e complementari.

Un equilibrio quasi miracoloso destinato a divenire probabilmente il vero manifesto dello stile Lynyrd Skynyrd. Ma sarà anche il loro epitaffio, l’ultimo grande classico di una band spazzata via da una tragica fatalità nel momento di massimo splendore.

Seguiranno nuovi progetti trascurabili (la Rossington-Collins Band) e altri eventi drammatici, con il destino che continuerà ad accanirsi, in particolar modo, su Allen Collins, tra i superstiti del disastro del ‘77. Dopo aver perso la moglie nel 1980, cadrà in una profonda depressione acuita dall’abuso di alcol e stupefacenti, fino all’ennesimo incidente che nel 1986 lo farà finire su una sedia a rotelle, costringendolo a rinunciare alla prima reunion con il fratello di Van Zant, Johnny, alla voce. Morirà per le complicazioni di una polmonite il 23 gennaio del 1990.

La maledizione dei Lynyrd Skynyrd porterà via gradualmente tutta la line-up dell’età d’oro, ad eccezione del batterista Artimus Pyle e Gary Rossington, unico membro del nucleo originale ancora in sella nell’ultima incarnazione della band, impegnata in un lungo tour d’addio più volte rimandato causa pandemia.

Dovrebbe essere questo l’ultimo atto ufficiale di una storia gloriosa, certo, ma conclusa nelle paludi del Mississippi cinquantadue anni fa. Una storia del Sud che sa di chitarre, whiskey e morte. Can’t you smell that smell?

di Francesco Sacco

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