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WAREHOUSE: canzoni, storie e classici dimenticati [25]

Non si esce vivi dagli anni Ottanta.
Nel 1999, mentre gli Afterhours pubblicavano Non è per sempre, l’eighties revival che avrebbe preso piede nel nuovo millennio era ancora in embrione, eppure il sentore di un ritrovato interesse verso certe sonorità, almeno in ambito indie, era già piuttosto evidente.

In principio, si trattava perlopiù del recupero di quell’immaginario post-punk e new wave di cui si nutrivano  band quali Interpol ed Editors, fortemente debitrici nei confronti di Joy Division e Cure, fino ad arrivare, in tempi recenti, a Shame, Idles e Fontaines DC. Era però soltanto l’incipit di una tendenza che ben presto sarebbe dilagata nell’intera cultura pop, abbracciando non solo tutte le diverse sfaccettature di quel frullatore musicale rappresentato dagli anni ottanta, dal synth pop all’heavy metal, ma anche il mondo del cinema e delle serie tv.

È il caso di cult contemporanei come Donnie Darko di Richard Kelly e Drive di Nicolas Winding Refn, dell’esasperato citazionismo geek di Steven Spielberg in Ready Player One, ma soprattutto di un autentico caso televisivo in grado di creare un varco spazio-temporale con cui immergersi totalmente in un passato sempre più vivido.

Si tratta, ovviamente, di Stranger Things, Bildungsroman a tinte fantasy che, oltre a implementare l’attenzione verso quella decade, di recente ha avuto il merito di contribuire, quasi per osmosi, persino al ritorno in classifica di brani divenuti parte integrante delle avventure dei ragazzini di Hawkins.

Uno su tutti: Running Up That Hill (A Deal With God) di Kate Bush, autentico leitmotiv dell’ultima stagione della serie firmata Duffer Brothers, tornato nelle zone alte delle charts (primo posto nel Regno Unito e quarto nella Billboard Hot 100 degli States) ben trentasette anni dopo la sua pubblicazione.

Uscita nell’agosto del 1985, all’epoca la canzone si affermò come il maggior successo commerciale della Babooshka britannica dai tempi della celebre Wuthering Heights, che nel ’78 rivelò al mondo il talento cristallino della cantautrice londinese. Tuttavia, nonostante il forte appeal radiofonico, quel singolo si inseriva in un contesto ben più complesso e ambizioso: un nuovo lavoro completamente autoprodotto in cui dar sfogo a un’indole progressiva (e, perché no, progressista) fino a quel momento appena accennata, ora libera di emergere in modo coraggioso grazie anche all’ascendente di Peter Gabriel, da cui erediterà una certa passione per il sintetizzatore Fairlight CMI.

Suddiviso in due sezioni distinte, Hounds Of Love è il disco che svela il vero volto di un pop obliquo, sofisticato, trasversale, ma anche incredibilmente accattivante, capace di ammaliare le masse e vendere milioni di copie. Merito di una prima facciata ricca di brani dalle ritmiche incalzanti, che strizzano l’occhio alle dancefloor, pur senza tradire mai un background fin troppo raffinato per allinearsi del tutto alle mode del momento.

Lo farà, però, sfruttando al massimo l’esplosione di MTV e l’estetica dei videoclip, il mezzo ideale per esaltare l’arte totale della Bush.

Emblematici, in tal senso, i singoli trainanti dell’album: la già citata Running Up That Hill, con il suo incedere marziale a mascherare una profonda riflessione sul rapporto uomo/donna, l’ammiccante titletrack, le suggestioni terzomondiste di The Big Sky e, soprattutto, Cloudbusting.

Ispirato dal libro A Book Of Dreams, autobiografia di Peter Reich, figlio del controverso psicologo e filosofo Wilhelm Reich, quest’ultimo è forse il pezzo più intenso della  prima parte, una danza della pioggia in crescendo impreziosita da cori ed elementi etno-folk sulla scia del Biko del suo alter-ego Gabriel. Degno di nota, in particolare, il videoclip, sorta di cortometraggio ideato da Terry Gilliam, diretto da Julian Doyle e interpretato dalla stessa cantante con la partecipazione straordinaria di Donald Sutherland.

Un’appendice quasi imprescindibile per comprendere appieno il rimpianto e il senso di impotenza con cui Reich ha vissuto le vessazioni delle autorità nei confronti del padre, finito nel mirino dell’FBI per le sue audaci teorie sulla relazione tra energia sessuale ed energia cosmica.

Archiviato il profilo più “mainstream” di Hounds Of Love, spetta alla cupa Mother Stands For Comfort il compito di anticipare un lato b decisamente più sperimentale, con cui risvegliare la strega apparsa dalla brughiera dello Yorkshire.

In verità, qualcosa di nuovo si era già intravisto nelle prime fascinazioni etniche del precedente The Dreaming, attraversato da tribalismi sinistri e da una forte componente percussiva che ispirerà non poco generazioni e generazioni di cantautrici successive (da Tori Amos a Diamanda Galas). Ma sarà The Ninth Wave a certificare le reali aspirazioni di Kate Bush, un’opera concettuale travestita da pop colto, sviluppata sotto forma di lunga suite dai risvolti psicoanalitici sullo smarrimento di un gruppo di naufraghi alla deriva, tra cui la protagonista del concept («L’idea che hanno in testa – dirà la Bush – è che non devono addormentarsi, perché se ti addormenti quando sei in acqua, ti giri e anneghi»).

Un’idea ancora lontana nella sognante And Dream Of Sheep , dolce ballad pianistica presto oscurata dal tetro violoncello di Under Ice, preludio alle angoscianti visioni di Waking The Witch, convulsa danse macabre elettronica a colpi di synth e urla demoniache: il sonno ha preso il sopravvento, trascinando i naufraghi in un incubo probabilmente senza fine.

Passata la tempesta, il clima torna a essere disteso negli intarsi orientali dell’ipnotica Watching You Without Me, ma forse è una calma apparente, l’imminente materializzazione di un destino ineluttabile (There’s a ghost in our home/Just watching you without me/But I’m not here). Non tutto sembra essere però perduto: l’allucinata giga irlandese di Jig Of Life recupera improvvisamente quell’istinto di sopravvivenza mai sopito, soltanto offuscato da un sentimento di quieta rassegnazione (Never say goodbye to my part of your life).

È l’inizio della risalita, le avvisaglie di un’ormai insperata ancora di salvezza che non tarderà ad arrivare (la catarsi ambient di Hello Earth): il primo luminoso passo verso la rinascita nella “dolce nebbia mattutina” della conclusiva The Morning Fog, sorprendente happy ending con cui diradare quella foschia opprimente.

Dopo gli esperimenti incompresi di The Dreaming, il suo ”mad album”, con Hounds Of Love Kate Bush riuscirà così a trovare il perfetto equilibrio tra le due anime di un songwriting quanto mai caleidoscopico, sospeso tra tentazioni mainstream e pop d’avanguardia, realtà e illusione.

Un sogno lucido in grado di superare la prova del tempo e tornare prepotentemente in auge in tempi di revival compulsivo, al di là di Running Up That Hill, al di là del sottosopra di Stranger Things. Semplicemente, il patto con Dio di una delle cantautrici più complete e influenti della storia della pop music.

di Francesco Sacco

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