Review

|Review| La Cassetta di Gennaio 2019 |TO Tape|

Dall’ultima cassettina su CSI è passato oltre un mese (colpa del Natale che mi vede lavorare di più degli altri mesi, oltre quelli estivi). L’inverno è arrivato a gamba tesa e un altro anno ha fatto capolino… Siete anche voi tra quelli che “buona fine e buon principio”? Se mia nonna fosse ancora qui, inveirebbe contro questa usanza che non ha mai tanto digerito (e io un po’ di suo DNA ce l’ho).

L’ultimo disco acquistato nel 2018 è stato una ristampa di A Love Supreme di John Coltrane, jazzista dei tempi che furono, morto all’apice della sua carriera, con trascorsi molto burrascosi. Il disco della consacrazione dopo la fine degli eccessi e una forte e significativa conversione alla spiritualità.

Non so se sia un caso, ma tra la quantità di materiale arrivato nella posta di Casa Suonatori Indipendenti, un organo ha fatto capolino e delle quadrature tipicamente jazz hanno invaso la mia testa.

Jamie Saft “You don’t know the life” ce lo dice dal fondo di una chiesa, in abito bianco e attorniato da un’aura di pura maestosità, oltre che da un batterista e un bassista (Steve Swallow e Bobby Previte).

Però non è nero, lui è bianchissimo, con la barba lunga, e ha collaborato con così tanti musicisti internazionali famosi e importanti che la metà basta. 

Ha fatto come nell’hip hop: ha preso dei campioni di canzoni più o meno conosciute e ci ha costruito sopra una cosa tutta nuova. Non sono delle cover, sono praticamente altri brani che viaggiano senza freni, tipo Herbie, non Hancock, ma il maggiolino.

 

Mi piace anche pensare che le coincidenze siano parte di un grande disegno fatto di puntini da unire, così se dovessi passare dal puntino in cui io ascolto Jamie Saft e mi emoziono per la scoperta di nuovo materiale discografico (sarà forse questo il mio destino? Lo stupore?), andrei sicuramente dagli Sdang! per fare un giro nel “Paese dei camini spenti”.

Due italianissimi musicisti dal carattere peperino, che parlano poco ma suonano tanto e ti confezionano un disco di musica prettamente strumentale dicendoti:

«Tiè, qui ci sono canzoni per il cantautore indie, per quello che vuol fare stoner, per l’autore eclettico o il classico rockettaro con l’endorsment per la Pantene. Fatene ciò che volete, noi ci siamo divertiti molto».

Dev’essere difficile stare dietro a due musicisti così elettrici, figuratevi ad uno solo che scrive un disco chiamato Afrodite e ti inonda di tutte le parole non dette dagli Sdang!.

Dimartino scrive un disco che era necessario venisse pubblicato oggi in Italia, per riprendere in mano una situazione parecchio drammatica nella musica italiana da classifica.

Intendiamoci, non è il solo Dimartino che sta rimettendo in piedi una scuola cantautorale italiana che da un po’ sente la mancanza di penne importanti, perché insieme a lui, per fortuna, ce ne sono tanti altri.

Poi, capiamo anche quest’altra cosa: non sono per niente un ascoltatore di musica cantautorale ma ammetto che in questo ambito siamo sempre stati parecchio forti e, gusti o non gusti, la qualità bisogna sempre difenderla: il palermitano è uno  di quegli artisti che ne possiede parecchia.

Non è per niente il disco della chitarra e della voce,  delle canzoni smielate, dei testi faciloni e degli arrangiamenti scontati. Anzi, è completamente l’opposto: un disco profondo, semplice nella sua complessità, di intensi momenti e taglienti dichiarazioni al mondo e a se stesso.

Se questi tre dischi di gennaio ti sono piaciuti, ci vediamo ogni lunedì alle 22:00 su Radio CRT.

di Renato Failla

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