Se dovessi scrivere di musica, non starei qui a scriverne.

Siamo tutti d’accordo che questo maggio stia facendo un po’ i capricci, che la bella stagione stia tardando ad arrivare (tanto voi vi pentirete di esservi lamentati del tempo di maggio, quando vi ritroverete con trenta gradi alle sei di pomeriggio di un giorno di luglio) e che ormai il clima lo dobbiamo fare internare, grazie al nostro operato.

In questi giorni di nuovo freddo, di sciate fuori stagione, il caldo abbraccio del duo Malihini, composto da due baldi e fighi attori potrebbe essere un’ottima soluzione e anche un modo per spingervi oltre la tipica frase che “gli attori sono tutti vuoti”.

Spiagge morbide e calde, ritmi vellutati, chitarre caraibiche e un continuo scambio di voci tra Federica e Giampaolo ci spingono verso atmosfere molto lisergiche e psichedeliche, con grandi stanze in cui questi brani suonano per dare quella sensazione di infinito che pervade tutto Hopefully, Again, nel rispetto di una forma canzone molto in voga nella seconda metà dei nostri primi anni ’10 del nuovo secolo.


 

A proposito di dieci, Smith viene alla luce proprio il dieci maggio ed è il secondo, incredibile capolavoro del trio The Winstons, composto da tre pesi massimi della musica italiana del nostro presente.

Loro suonano il futuro che è il nostro presente, spostando le lancette al 1960 quando si sognavano macchine volanti e viaggi interstellari nei primi anni 2000, e invece oggi abbiamo ancora le centrali a carbone.

L’ossessione per lo spazio era cosa ben nota all’epoca ed è assurdo come loro tre riescano magicamente ad interpretare quel tipo di emozioni che i dischi dell’epoca trasmettevano, perché la ricerca dei suoni eterei e galleggianti era spinta ai limiti della follia. Sembra di stare sopra un materasso ad acqua.

 

Vi ricordate quando, sempre negli anni ’60 fino alle fine dei ’70, circa, il “The” doveva essere piazzato prima del nome della band altrimenti sarebbe stato da sfigati? Una pratica che, in misura nettamente minore, esiste ancora ed è in voga tra chi spesso si rivolge a generi considerati “retrò” ma che, stringi stringi, continuano ad essere suonati in lungo e in largo, con mio sommo piacere.

The Mighties sono italianissimi come gli altri due progetti e anche loro hanno decisamente l’attitudine anglofona, anche perché se suoni il moog, hai le chitarre con una leggerissima distorsione e canti “back to the school”, le tarantelle non sono la tua passione.

Augustus è un disco veramente figo che ti acchiappa dall’inizio alla fine. Loro scrivono “garage punk” e io sono contentissimo di vedere questi due termini ancora accostati nel 2019.

 

di Renato Failla

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