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IT’S ALIVE: Lou Reed – Rock’n’Roll Animal (1974)

L’appuntamento mensile dedicato alla musica live torna con un vero animale del Rock n’ Roll, il sesto episodio è dedicato a Lou Reed, ai suoi primi dischi da solista e il primo LP dal vivo.

Lou Reed è la persona che ha dato dignità,

poesia e una sfumatura di rock,

all’eroina, allo speed,

all’omosessualità, al sadomasochismo,

 all’omicidio, alla misoginia, l’imbranataggine e al suicidio.

Lester Bangs

Per capire a fondo questo disco dobbiamo necessariamente fare un passo indietro e ripercorrere brevemente il sentiero che ha portato al primo disco dal vivo di Lou Reed.

Siamo agli inizi degli anni Settanta (solo in questo decennio seguiranno altri due dischi dal vivo e in tutta la carriera da solista ne pubblicherà ben 10). Il decennio comincia con il divorzio di Lou Reed dai Velvet ancora prima che Loaded, l’ultimo disco in studio della band, arrivasse nei negozi.  

Da questo momento inizia il lungo e tortuoso percorso solitario di uno dei più grandi poeti metropolitani del Rock’n’Roll.

Nel 1972 esce il suo primo disco omonimo per la RCA, realizzato a Londra ad un oceano di distanza dalla sua New York, dalle etichette che gli avevano affibbiato negli Stati Uniti e, soprattutto, lontano dagli sguardi invadenti della casa discografica.

Nonostante i migliori propositi iniziali, questo passerà alla storia come uno dei suoi peggiori dischi: una manciata di canzoni avanzate dalla vita precedente e registrato con una band non adatta a lanciare l’impronta musicale del nuovo Lou Reed.

L’album fu un flop sia per le vendite sia per la critica. Il noto critico inglese Nick Kent scrisse sul New Musical Express che era una delle uscite più deludenti del 1972 e che:

Lo stile e la scrittura di Reed si è deteriorato, il suo indulgere in piccole e capricciose ballate d’amore al massimo mediamente divertente, ma può diventare imbarazzante ed è sempre fuori luogo”.

Insomma, non poteva andare peggio.

Per fortuna nella musica e nello show business le cose possono cambiare in fretta e a volte basta la giusta fame, la voglia di rivalsa e le amicizie giuste.

Possiamo considerare David Bowie un angelo salvatore che prese Lou sotto la sua ala e, complice il fatto che erano entrambi a contratto con la RCA, decide di aiutare uno dei suoi più grandi ispiratori producendogli il secondo album, Transformer (uscito sempre nel 1972).

Purtroppo non abbiamo spazio per approfondire il disco più bello di Reed (e per chi scrive uno dei dischi preferiti di sempre).

Ma, solo per rendere l’idea, grazie anche a canzoni del calibro di  Walk On The Wild Side, nel 1973 Reed diventò uno degli artisti più venduti della scena rock, gareggiando alla pari con pezzi del calibro Midnight Train to Georgia di Gladys Knight & the Pips, Angie dei Rolling Stones e Love Train dei O’Jays come singolo più ascoltato dell’anno.

Raramente, nella musica pop, si è passato in maniera così rapida dalle stalle alle stelle.

Peccato che Reed ce la mise tutta per affossare il suo successo con il terzo album in studio, Berlin, uscito nel 1973 per la sempre meno paziente etichetta discografica RCA.

Victor Bockris uno dei biografi di Lou Reed descrive in maniera ineccepibile e in poche righe il senso di questo disco:

“In dieci canzoni, Berlin drammatizza il fallimento del suo matrimonio con Bettye raccontando la storia di due drogati americani che vivono a Berlino […] Lou sfidò il suo pubblico a chiedersi che cosa si provasse a stare svegli per cinque giorni pieni di speed e di alcolici, soli, al freddo, infelici ma terrorizzati all’idea di andare a dormire e di incontrare se stessi nel mondo dei sogni. La sequenza di canzoni di cui Berlin ara costruito rileva un lato di Lou più oscuro e introspettivo di quello emerso nei primi due album”.

Anche in questo caso decisamente fuori luogo per chi – fan, critica e discografici all’unisono –  spera in una replica del successo avuto con Transformer.

Il disco non è male, anzi, da qualcuno è stato definito il capolavoro di Lou Reed, ma bisogna saperlo contestualizzare dal punto di vista storico.

In realtà questo disco è avanti anni luce rispetto alla sua epoca e se si ascolta oggi, senza considerare le altre sfaccettature dell’intera opera di Reed e senza troppi preconcetti e analisi comparate, si scopre che è un lavoro magnifico. 

Un rock teatrale e poetico come pochi sono stati prodotti e un disco veramente autentico, privo di tutti quegli orpelli glitter rock che hanno reso immortale Lou Reed.

Fatto sta che all’epoca fu l’ennesimo  flop, definito da parte della critica un disastro. Questa situazione fece indispettire, ancora una volta, i discografici della RCA che iniziavano a sentirsi presi in giro da questo genio folle.

Ci voleva un piano. C’era bisogno di produrre qualcosa che riabilitasse il nome di Reed e che riuscisse a farlo tornare sulla cresta dell’onda della musica popolare. La scelta più ovvia era uscire con un disco live.

Rock n’ Roll Animal è il primo disco dal vivo di Lou Reed – registrato il 21 dicembre del 1973 alla Academy Of Music di New York ed uscito a febbraio del 1974 – ed è caratterizzato dal virtuosismo dei musicisti, dalla suspence e dalla brevità.

Le canzoni scelte avevano poco o nulla a che fare con i tre dischi registrati in studio finora. Ma andiamo con ordine.

La band che accompagna è forse quella che ogni rocker, dagli anni Settanta ai giorni nostri, vorrebbe avere al suo fianco durante i concerti. Pentti Glan alla batteria e  Ray Colcord alle tastiere assicurano precisione e solidità. Accanto a loro troviamo il talentuoso ed eclettico bassista Prakash John. Ma soprattutto questo disco passerà alla storia per le epiche battaglie a colpi di assoli e riff dei due chitarristi Steve Hunter e Dick Wagner

Il disco inizia con una lunga intro in cui Hunter e Wagner si sfidano in un vero e proprio duello di chitarre mentre una batteria precisa e poco invadente scandisce il tempo e il  basso disegna linee particolarissime con un leggero crescendo che, insieme alle tastiere, danno un effetto suspense costruito ad arte come vigilia di quella che sarà poi la migliore versione di sempre di Sweet Jane, il cui riff iniziale coincide con la salita sul palco della rock star e le prime parole che danno il via alla canzone.

In tutto il disco dura 39 minuti ed è composto da soli 5 brani e la cosa veramente peculiare è che 4 canzoni su 5 non sono né i successi commerciali di Transformer né le altre canzoni in promozione in quel periodo.

Reed sceglie di fatto le canzoni scritte per i Velvet Underground dove il perno centrale del disco è la seconda traccia: Heroin, che dura oltre i 13 minuti e chiude anche il primo lato del disco.

Il lato B invece contiene una versione molto hard rock della title track del secondo disco dei Velvet Underground: White Light/White Heat, per poi passare a Lady Day, l’unica traccia tratta dal disco Berlin, per chiudere il disco con la seconda canzone tratta dall’ultimo disco del Velvet: Rock ‘n’ Roll.

Sebbene l’idea iniziale di Reed fosse di fare un doppio album live (idea bocciata subito dalla RCA), con gli strumenti a disposizione decide di sovvertire le tutte le regole non scritte dei dischi live che vogliono far diventare i progetti di questo tipo una sorta di greatest hits.

La peculiarità di Rock n’ Roll Animal sta nel fatto che Reed seleziona canzoni che, a suo avviso, non hanno avuto la giusta dignità nei dischi di origine (pensate appunto a Sweet Jane e Rock n’ Roll). O che, se affrontate con un arrangiamento particolare, possono condurre a strade totalmente differenti da quelle imboccate nei lavori in studio, come Heroin che in questa versione, grazie alla base dell’organo, l’arpeggio di chitarra e i particolarissimi stacchi ritmici trasmette inquietudine e disagio; o come la gradassa e quasi pacchiana White Light/White Heat.

Ma soprattutto, questo disco ha tutto quello che un disco rock ‘n’ roll deve avere: la tecnica, la rapidità con cui ti colpisce prima al cuore e poi alla testa, la giusta dose di sfrontatezza e impulsività tipica di questo genere.

di Damiano Sabuzi Giuliani