Review

IT’S ALIVE: Thelonious Monk – Palo Alto (2020)

Tra tutti i dischi live selezionati per la rubrica IT’S ALIVE, quello di Monk a Palo Alto è l’uscita discografica più recente. Pubblicato solo il 31 luglio 2020, documenta in realtà quanto accaduto la sera del 27 ottobre 1968 in una scuola superiore della Contea di Santa Clara.

Prima di parlare del disco provate a immedesimarvi in una storia come quella che segue.

Siete un ragazzo (o una ragazza) delle superiori che vorrebbe tanto che la sua band preferita suonasse nella sua scuola. Avete 16 anni e non avete la minima idea di cosa significhi passare attraverso gli uffici stampa, i promoter o un booking. Eppure siete caparbi e riuscite a contattare un manager della band, a chiudere un contratto per pochi centinaia di euro e, sotto lo sguardo sbalordito di tutti e tutte, a far venire delle vere star a suonare nella vostra scuola .

Non avete mai avuto un sogno del genere?

Io sì! Ero ai primi anni delle superiori e avrei voluto venissero a suonare i R.E.M., vere star planetarie dopo dischi come Automatic for the People, Monster e New Adventures in Hi-Fi. Oppure, tanto per fare un po’ scandalo nel piccolo paese di provincia dove andavo a scuola, i Rancid che nel 1995 avevano pubblicato And out Come The Wolves, un disco che ancora oggi considero tra i migliori dischi punk rock di sempre.

Sfortunatamente per me e per migliaia di fan della musica in tutto il mondo, una cosa del genere è rimasta solo e soltanto un sogno. Peccato: ai tempi avevamo anche una nuova palestra bellissima e molto spaziosa e sarebbe stato molto meglio usarla per i concerti che per quelle noiosissime lezioni di pallamano!

Ma torniamo alle cose concrete. Il disco di cui vi parlo è frutto della mente e dell’impegno di un sedicenne, Danny Scher, appassionato di jazz, che è riuscito a portare una leggenda a suonare nella sua scuola.

Scher poi nella sua vita lavorerà come organizzatore di concerti (anche al fianco di figure mitiche come Bill Graham), ma ai tempi era solo un adolescente con un sogno e le energie per realizzarlo.

Danny Scher, nei mesi dopo l’uscita di questo disco, ha rilasciato diverse interviste in cui racconta di questa storia.

In una di queste, contenuta nel mini documentario che trovate sotto, racconta la sua prima telefonata a Thelonious Monk andata più o meno così:

Scher: Non vediamo l’ora di vederla al liceo.

Monk: Di cosa stai parlando?

Scher: Suona al nostro liceo domenica.

Monk: No.

Scher: Sì, abbiamo un contratto con Jules Colomby (ndr manager di Monk), e ci ha inviato materiale per la stampa. Abbiamo avuto le sue registrazioni. Le abbiamo trasmesse alla stazione radio della scuola. Abbiamo poster in tutta la città. Abbiamo  creato un programma per lo spettacolo.

Monk: ‘eh, ho un concerto quella sera.

Scher: Sì, lo so, ecco perché suona nel pomeriggio. La verrà a prendere mio fratello, io sono troppo piccolo per guidare la macchina.

Ma la volete sapere la cosa più strabiliante di tutta questa storia? Oggi possiamo sentire questo lascito prezioso di Thelonious Monk grazie al custode della scuola che ha registrato tutto. Grazie a quelle registrazioni grezze, oggi “Palo Alto” è entrato nella discografia ufficiale di Thelonious Monk.

In un periodo storico in cui i problemi razziali accendevano gli Stati Uniti D’America – Martin Luther King era stato ucciso a Memphis in aprile mentre Robert F. Kennedy sarà assassinato poche settimane dopo a Los Angeles – Monk a Palo Alto non è solo un sogno adolescenziale, ma ha anche forti implicazioni politiche. Nonostante tutto la serata andò liscia, non ci furono scontri o tensioni e l’Auditorium della Palo Alto High Scool si riempì fino all’ultimo posto.   

Il quartetto salito sul palco, oltre che da Thelonious Monk al piano, era composto da Charlie Rouse al sax, Larry Gales al contrabasso e Ben Riley alla batteria.

Il disco inizia con Ruby, My Dear, in cui uno strabiliante assolo di pianoforte lascia il testimone a Well, You Needn’t, dove trovano spazio gli assoli di tutti i membri del gruppo. Poi una peculiare rilettura di Don’t Blame Me traghetta gli spettatori verso l’epica Blue Monk,  per poi passare all’allegra Epistropy, dove il sassofono tenore di Rouse tiene quasi sulle spine.

Il disco si conclude con un accenno a I Love You Sweetheart of All My Dreams di Rudy Vallee e un rapido bis.

Standing ovation per la band, che si sbriga a riporre gli strumenti nelle custodie.

Quella sera stessa devono essere a San Francisco e, anche se dista solo una trentina di miglia, devono farsi trovare pronti per il Jazz Workshop.

Nonostante la fretta e la situazione particolare, il figlio del grande pianista – T.S. Monk  –  ha definito questa performance

Tra le migliori registrazioni dal vivo di Thelonious che io abbia mai sentito. Non avevo neanche idea che mio padre si fosse esibito in una scuola, ma lui e il suo quartetto lo hanno fatto. Quando ho ascoltato il nastro la prima volta, già dalle prime note ho capito che mio padre quel giorno era in gran forma.

E per tutto questa bellezza e delizia per le orecchie: grazie Danny Scher!

di Damiano Sabuzi Giuliani

Condividi

I commenti sono chiusi

Tema di Anders Norén