I LEV sono una band dislocata tra Padova, Bologna e Londra, e sono in cinque. Un paio di loro suonano anche con i Klune e Godblesscomputers.

Mi sono stati presentati così i Lev, e mi sono incuriosito, come mi capita sempre con i meltin pot.

Al primo ascolto capisci che hanno consumato “Everyday Robots” di Damon Albarn e altre produzioni di Brian Eno.

EP2 è il loro primo lavoro, 5 brani costituiscono il loro biglietto da visita che li presenta come il mix di quanto di meglio prodotto negli ultimi 10 anni.

C’è elettronica di qualità, suoni che hanno studiato e sviluppato trascinandosi tracce di un acid rintanato e pressante.

C’è una voce molto bella, intonata, che si distingue nel problema atavico italiano di trovare cantanti dal timbro originale e strutturati.
Una rarità al tempo dell’approssimazione intoccabile e dell’isteria collettiva sotto giudizio.

“Damn Dogs” contiene un tappeto di drum machine e una linea vocale che ricorda il Brian Molko dei tempi inafferrabili, seguita dalla spessa “Paranoia da ballo”.

Il percorso rallenta con la più docile “Null(Kramut)” per poi avvicinarsi al synth pop da tramonto di “Joey Told” e ” Reflections”.

Due brani da ascoltare quando c’è bisogno di ricordarsi che la bellezza della vita è fuori dalla frenesia, persa nella lentezza dell’orizzonte.

L’immagine di una terrazza, lontana da fumi, tram e chiasso ciarlesco è quella che viene evocata negli ultimi 10 minuti dell’EP.

Se queste sono le basi, noi aspettiamo solo conferme, dal live e da un LP che ormai ci pare inevitabile.

Il 2017 riserva ancora scoperte e scommesse, soprattutto di qualità.

Questi ragazzi meritano spazi e meritano palchi, chissà che ciò che la vita ha diviso la musica possa riunire, magari nel nostro bel paese così ricco di talenti che strozza nelle vie di fuga della competizione al ribasso.

I LEV sono Matteo Fio, Tommaso Russo, Leonardo Rossi, Giulio Abatangelo e Alberto Pagnin.

 

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