Noel Gallagher è tornato con il suo terzo album solista.

In questo lavoro entrano a far parte dei Noel Gallagher’s High Flying Birds anche due ex Oasis, Gem Archer e Chris Sharrock, sotto la direzione di David Holmes.

Noel ha dichiarato a più riprese il suo entusiasmo per questo disco, per lo stimolo fornito da Holmes ad andare oltre ciò che lo ha caratterizzato e collocato nell’olimpo dei compositori pop rock; una gioia resa maggiore dal fatto che sua moglie abbia “finalmente” apprezzato un suo lavoro.

Volendo prendere le distanze tanto dalla signora Gallagher che dall’entusiasta David proviamo a fare chiarezza su Who Built The Moon.

Anticipato dal singolo “Holy Mountain” uscito il 9 ottobre scorso, un brano che stupisce per la fragilità di suoni, di struttura e di vocalità, WBTM presenta 10 tracce + 2. 

Ad aprirlo forse il pezzo più interessante, “Fort Knox“, uno standard di elettronica, chitarre, groove che targato Chemical Brothers è una di quelle cosiddette “aperture perfette” per un concerto, un disco. Ti da quella carica che preannuncia l’esplosione, la frase giusta per sentirsi pronti alla battaglia: “You gotta get yourself together”.

 

Aspettativa tradita da “Holy Mountain” appunto, subito superata da “Keep on Reaching” brano a metà tra soul, pop rock e r’n’b, abbastanza fuori dalla voce pulita di Noel.

“It’s a Beutiful World” invece è un altro brano ossessivo e deciso, questa volta ben scritto. Funziona qui il mix tra la vocalità di Noel, la sua dolcezza compositiva nel ritornello che riprende le melodie di Chasing Yesterday e della produzione post Oasis.

“She Taught How to Fly” altro brano sul leit motiv dell’intera opera: linee di basso e chitarra ossessive, circondate da tappeti sonori e scarsa importanza dei testi.

“Be Careful What you Wish For” è un tentativo di recuperare “Come Togheter” dei Beatles per riempire dei vuoti nella tracklist probabilmente.

“If love is the Law” segna il punto di non ritorno del vuoto creativo che deve aver assalito Noel Gallagher al punto di scrivere una canzone a metà tra la pudica felicità di fine anni ’50 e le necessità pubblicitarie della Vodafone.

Nel complesso ciò che è rimane di Who Built the Moon è la mancanza d’ispirazione di Noel Gallagher, ha realizzato un album che annaspa tra una serie di idee e modelli, peraltro già consolidati da parte di altri artisti.

Sicuramente si tratta di un disco piacevole, da metter su e lasciare andare, così da esser sorpresi da quegli sprazzi di carica energetica improvvisa.

A margine, è inevitabile indugiare sulla sfida a distanza con Ourkid.

Ad oggi, la scelta comoda e sicura di Liam, quella di restare nella sua comfort zone e continuare a fare ciò che sa, sembra pagare di più nel successo di pubblico. Una ricezione dell’opera che ci fa riflettere sul percorso iniziato da Noel.

Forse non è obbligatorio per ogni artista sperimentare e cambiare, ad ogni costo. Quando si è delle icone di questa portata è vero, si è prigionieri di se stessi, ma la sfida forse è proprio questa, produrre senza cadere nel tranello della fuga da sè ad ogni costo. 

Perchè se il risultato è questo, al di là dell’essere ottimi musicisti, conviene vivere in una cover band.

 

 

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