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|Playlist| Musica dal pianeta Venere #3

Una domenica al mare di Carmen Consoli apre la nostra consueta playlist trimestrale, che prova a raccogliere quello che più ci è piaciuto tra i nostri ascolti estivi. Sperando che possano diventare (o essere stati) anche i vostri.

La cantantessa ritorna col disco che ci potevamo esattamente aspettare. Forse quello suo più intimo e “privato”. Una carriera ormai quasi trentennale, un’artista che all’inizio degli anni Novanta ha rappresentato per me il (necessario) lato complementare del grunge imperante.

Una delle artiste che, per ragioni anagrafiche, geografiche, e non solo, in quegli anni ho sentito più vicina.

E benché il nuovo disco, dal titolo emblematico Volevo fare la rockstar, non si discosta affatto dallo stile a cui ci aveva abituati, Una domenica al mare rappresenta un gioiellino di pop autoriale nostrano. Un brano capace di rendere meno duro il passaggio al freddo dell’autunno.

La mia seconda scelta per questa terza playlist del 2021 racconta una storia esattamente opposta. Con il loro ultimo disco, Infinite granite, infatti, gli statunitensi Deafheaven si muovono nel solco del cambiamento radicale.

Partiti dalle sonorità cupe del black metal, hanno attraversato un percorso che, pian piano, li ha portati a mescolare generi tra i più difficili da pensare insieme, come appunto il metal, lo shoegaze e il dream pop.

Le linee melodiche non mancavano, soprattutto negli ultimi dischi, ma la band di San Francisco ha saputo realizzare quella che potremmo definire una naturale evoluzione. E di questo si tratta, piuttosto che di uno stacco, o di un tradimento, come qualcuno l’ha chiamato. La voce di George Clarke, in particolare in quest’ultimo singolo, In blur, è eterea e potente allo stesso tempo. Il pezzo e l’intero disco, allo stesso modo della chitarra di Kerry McCoy, scintillano come baciati dal sole.

E sicuramente tra le band che possiamo accostare al nuovo percorso dei Deafheaven ci sono i Nothing.

The Great Dismal B-Sides è l’ultima uscita del quartetto di Philadelphia, che contiene tre brani rimasti esclusi dal loro disco dello scorso anno, The Great Dismal.

Amber Gambler è stato il primo singolo estratto da questo nuovo EP, ed apre un trittico in perfetto stile Nothing, ossia coniugando le più recenti tendenze dello shoegaze con echi dark-wave e chitarre tra il post-punk e il noise. Ennesima conferma dello spessore della band capitanata da Dominic Palermo e Brandon Setta.

Più “spensierato” è invece il brano che ho scelto dal bellissimo ultimo EP degli inglesi Metronomy. Si tratta di 405. Metronomy x Biig Piig, uno dei più bei featuring di questo disco di cinque pezzi, realizzati con cinque artisti differenti.

Impreziosito dalla voce della cantante e rapper irlandese Jessica Smyth, in arte Biig Piig, il brano mescola con grazia dance-pop ed elettronica.

Ammetto che è stato difficile scegliere un solo brano e vi consiglio di ascoltare anche l’altro gioiellino del disco: Out of touch, realizzato anche questo con una bellissima voce femminile, quella della cantante dei Sorry, giovanissima band londinese.

Torniamo invece in Italia con le ultime due mie scelte di questa playlist. Lo facciamo con uno dei più autorevoli compositori di colonne sonore per il cinema e la televisione che abbiamo in Italia, Paolo Vivaldi.

Autore delle musiche di film quali, ad esempio, Non essere cattivo di Claudio Caligari e delle più famose fiction Rai degli ultimi anni, Vivaldi ha voluto per il suo nuovo disco la collaborazione di un musicista passato all’elettronica dopo un esordio tra rock e post-rock, Alessio Calivi.

I due hanno realizzato un disco che è, come annuncia lo stesso titolo, Travel to Mars, un lungo viaggio verso territori inesplorati.

Il piano del maestro si mescola e gioca con le tracce sintetiche dell’allievo, in un rincorrersi continuo e proficuo verso mete sconosciute. Come testimonia ad esempio il brano che ho scelto, Unknown Destination che, prendendo le mosse da un inedito di Calivi, è sicuramente il pezzo più rappresentativo del disco.

[Di quest’ultimo vi avevamo già parlato più volte. Potete leggere un’intervista qui e la recensione ad un suo EP qui.]

Chiudo le mie scelte di questo trimestre con il sempre gradito ritorno dei Giardini di Mirò. Si intitola Del tutto illusorio questo lunghissimo pezzo (ben 19 minuti). Ed è arrivata all’improvviso, poche settimane fa, questa lunga suite divisa in cinque movimenti che conferma la band di Cavriago quale unica detentrice dello scettro del post-rock nazionale.

[Del loro precedente disco, “Different Times”, avevamo parlato con il chitarrista Corrado Nuccini in un’intervista che trovate qui].

Ipnotico, denso, cangiante, Del tutto illusorio è un percorso che emoziona e che vi terrà incollati all’ascolto fino alla fine.

Riesce a farlo grazie alle continue variazioni di registro, grazie ai momenti di pausa (in cui la musica sa di nebbia e paesaggi rarefatti) che si alternano alle esplosioni sonore (tipiche del post-rock) nonché grazie all’incedere così spesso incalzante del basso e alla chiusura straziante. Qui unica protagonista diventa la tromba di Emanuele Reverberi, che pian piano si insinua e poi si innesta perfettamente sul tappeto sonoro del brano.

Cosa ci aspetta dentro il tunnel protagonista della copertina del disco? La domanda che mi pongo è, ovviamente, se questa immagine non significhi che, contrariamente a quanto la maggior parte di noi pensavano, non possiamo considerarci ormai prossimi all’uscita.

Probabilmente non lo siamo affatto dall’altro lato del tunnel, o almeno non del tutto. Forse non siamo ancora realmente pronti. Forse non lo saremo mai. E tutto il “bene” verso cui dovevamo andare, attraversando questi ormai quasi due anni, non lo abbiamo saputo trovare.

Il racconto della mia parte di playlist parte invece dalla regina del pop moderno Billie Eilish, alle prese con il suo secondo album che a detta di Caparezza è il più difficile nella carriera di un artista, soprattutto se il primo è un capolavoro assoluto.

Happier than ever, pur essendo a mio giudizio qualitativamente inferiore al primo, è un album che sancisce l’affermazione a livello mondiale della cantante e del suo fratello  co-produttore Finneas, che dona quasi un’identità definita alla ragazza/donna di cui abbiamo osservato le fragilità e la ribellione, anche grazie al super documentario The World’s a Little Blurry.

Pezzi prettamente pop si mescolano a intermezzi come Not My Responsability, a ballate à la My future, all’esplosione eilishiana di Oxytocin e al più adolescenziale e quasi anni ’90 Therefore I am.

Ancora una volta un album perfetto per essere ascoltato in cuffie che esaltano i bassi.

Il lavoro rappresenta l’inquietudine personale che viene comunicata al mondo e che si trasforma in universalità, consapevolezza, essenzialità.

How Long Do You Think Is Gonna Last? è il nuovo album dei Big Red Machine ed è perfetto per affrontare la transizione dall’estate all’autunno, malinconico ma allo stesso tempo dona tranquillità ad ogni ascolto.

Il progetto di Justin Vernon dei Bon Iver e Aaron Dessner dei The National accoglie nomi importanti come Taylor Swift, Sharon Van Etten, il folk di Robin Pecknold dei Fleet Foxes e la delicatezza di Anais Mitchell.

Un gioiellino molto piacevole da ascoltare, molto classico e poco sperimentatore.

Un album che ci accompagna verso questa fine di 2021 è Friends That Break Your Heart di James Blake, nella versione di artista che preferisco di più da dopo The Colour in Anything, che è la purezza assoluta.

Toccante, profondo, contiene titoli di impatto e qualche novità come “I’m so Blessed You’re Mine” con un beat accattivante e collaborazioni come quella con Slowthai che dà colore all’ultimo brano “Funeral”.

Il finale di questo racconto musicale è tutto femminile.

Chiara Floris, in arte BLUEM, è una delle vere rivoluzioni della musica italiana alternativa di quest’anno: NOTTE contiene sette tracce intitolate come i sette giorni della settimana.

Le influenze latine e i beat giocano con una voce splendida, col cantautorato e un minimalismo musicale allo stato puro.

MARTEDÌ può essere una hit ma “VENERDÌ è il pezzo più toccante ed è come un pugno allo stomaco: gli spezzoni della voce della nonna che non c’è più che racconta rievocano nostalgia e tenerezza, il synth crescente dà atmosfera, e la semplicità regna da padrona. Insomma, una delle poche sorprese dell’anno.

Infine, non poteva mancare l’ultimo lavoro della rapper Little Simz, Sometimes I might be Introvert.

Quest’ultimo rappresenta il salto di qualità che l’artista cercava e si apre con la marcia di Introvert, brano molto politico e che esplicita il tema dell’apartheid.

Segue Women in collaborazione con Cleo Sol, in cui si sottolinea la fierezza di essere nera e donna, due “elementi” che oggi ancora troppo spesso contengono discriminazioni.

Non mancano le particolarità come quella di Point and Kill dove Little Simz e Obongjayar cantano in pidgin, lingua creola parlata in Nigeria, o la voce narrante di Emma Corrin (attrice che interpreta Lady Diana in The Crown, la cui somiglianza e interpretazione peraltro è straordinaria).

Un lavoro che ha un filo conduttore ben preciso e colori musicali dei più vari (palese l’influenza dei SAULT e di musica black), merita di essere assolutamente ascoltato e menzionato nei migliori album dell’anno.

La scelta comune con Loredana è ricaduta poi sul nuovo album di Carmen Consoli.

Volevo fare la rockstar è tutto da ascoltare, con il suo cantautorato mai banale e che ancora non ci stanca.

Imparare dagli alberi a camminare e L’uomo nero sono i pezzi che preferisco, un pò old style che ricordano il passato musicale della cantante.

Carmen e la sua chitarra rappresentano quella parte della scena musicale italiana presente da tempo, ancora viva e che si sente ancora un pò piacevolmente fuori dalle mode.

Aspettiamo di vederla dal vivo presto.

di Loredana Ciliberto e Giulia Rivezzi