Review

|Review| Miscele musicali & sperimentazione: è Mescla dei Meganoidi

Se Delirio Experience ha segnato in un certo senso il passaggio alla maturità musicale dei Meganoidi, con Mescla il gruppo genovese conferma le sue capacità espressive e lo spessore musicale senza sottrarsi alle sperimentazioni.

Perché, se in Italia c’è un gruppo rock che guarda indietro solo per prendere la rincorsa, questo sono certamente  i Meganoidi che ormai da più di vent’anni è sulla scena musicale italiana.

Due anni dopo l’uscita di Delirio Experience, che ci ha lasciato a bocca aperta grazie alla sensibilità e alla maturità dei testi su una tela musicale meno chiassosa rispetto ai lavori precedenti, lo storico gruppo genovese torna con un disco particolarissimo.

Lo fanno lasciando ancora una volta i ritmi ska, punk e il cantato in inglese degli esordi ben riposti in cantina, ma arricchendo l’onnipresente base rock’n’roll con innesti funky che strizzano l’occhio alla disco.

Ve lo ricordate Dynasty dei Kiss

Con questa produzione, del tutto inaspettata, i Kiss diedero il via a una nuova era e dimostrarono come l’hard rock potesse piegarsi a sonorità differenti.

Ecco, nel nuovo disco dei Meganoidi non troverete una Dirty Livin’ ne tantomeno una sorniona Was Made for Lovin’ You. Però questo disco mi ha fatto subito ricordare quel periodo del rock’n’roll dove tutto sembrava possibile e, nonostante le critiche, i musicisti erano liberi di sperimentare senza pensarci troppo.

Mescla è un prodotto figlio della libertà espressiva dei 4 Meganoidi che si sono chiusi nello studio di registrazione senza stare a pensare troppo alle vendite o a come un certo pubblico o la critica potessero prendere questo nuovo lavoro.

Un lavoro decisamente meno spaccone e più adatto al contesto contemporaneo rispetto a Dynasty, un lavoro dove emerge addirittura una sensibilità folk nella costruzione dei testi.

I Meganoidi a Largo Venue (Roma) Marzo 2018. Foto di Davide Canali

L’incrocio delle chitarre di Torretta e Guercio sono incisive e taglienti sfiorando la progressive in alcuni punti. La ritmica solida data dalla batteria di Saverio Malaspina e dal basso corposo di Jacco danno all’intero disco un sound corposo e pieno, dove ogni spazio sembra riempito con una precisione quasi maniacale. 

La voce di Davide Di Muzio è ormai matura al punto giusto e riesce ad adattarsi benissimo ai vari cambi di atmosfera e mood delle canzoni. Infine i fiati (tromba, flicorno soprano e flicorno baritono) di Luca Guercio sono più delicati e usati principalmente per conferire spesso un sound quasi trascendentale alle melodie.

Per quanto riguarda i testi, la ricerca interiore e il carattere riflessivo è presente in tutte e dieci le tracce che compongono il disco, anche in quelle più allegre. E, se con Delirio Experience c’era una forte riflessione sulla condizione di essere padre, in Mescla è forte la condizione di uomo all’interno di un mondo multiculturale e variegato.

I Meganoidi a Largo Venue (Roma) Marzo 2018. Foto di Davide Canali

Insomma, con Mescla i Meganoidi hanno segnato un punto di non ritorno, cercando di espandere i confini delle loro capacità ma senza esagerare. Hanno pizzicato le giuste corde per rendere il tutto molto peculiare e  godibile.

Degli anni Settanta in realtà i Meganoidi hanno preso molto, e non parlo solo degli effetti e dello stile musicale ma di quella complessità compositiva viva in quel periodo in molti gruppi rock. Quando per fare un disco era necessario innanzitutto tanto impegno e lavoro in sala prove con gli strumenti e al banco del mixer dove i fogli con gli appunti potevano essere poi usati per farne un’enciclopedia.

I Meganoidi a Largo Venue (Roma) Marzo 2018. Foto di Davide Canali

Aspetti che, se ci pensate, sono lontanissimi dalla maggior parte delle composizioni presenti sul mercato discografico italiano.

Sarà un disco forse duro da digerire per i nostalgici del rock italiano anni Novanta ma i Meganoidi hanno insegnato al loro pubblico che non è necessario piacere per forza. L’importante è essere a proprio agio con se stessi.

 

di Damiano Sabuzi Giuliani

Condividi

I commenti sono chiusi

Tema di Anders Norén