A quattro anni dal disco d’esordio, esce “Racines”, ultimo album che segna il ritorno dell’affiatato duo/collettivo italiano “C’mon Tigre”.

Dopo averlo ascoltato una prima volta per inquadrarlo, decido di fare un esperimento: mi butto nel letto, spengo il telefono, chiudo gli occhi e mi lascio trasportare dalle sensazioni.

Il risultato ottenuto è un isolamento dal mondo ed un viaggio verso una specie di paradiso erotico- multiculturale.

La prima traccia, “Guide to poison tasting”, una bomba erotica che si conclude con dei ritmi tribali deliranti, è già una tra le più significative e rivela l’andamento dell’album.

“E’ una canzone che parla di sensualità, di quanto il sapore della pelle di un corpo eccitato sia tossico come un veleno […], un omaggio ad una delle nostre ossessioni più grandi” rivela la band.

Il video della canzone riporta una serie di immagini del fotografo e musicista inglese Harri Peccinotti, noto per i suoi lavori artistici erotici e particolarmente attivo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70.

Così l’arte si abbina alla musica e genera esplorazioni sensoriali intense ed una ossessiva ricerca del piacere.

Il sentimento e l’intimità si aggiungono all’eros ed ecco che parte “808”, perfetta per fare l’amore guardando negli occhi il proprio partner.

A spezzare il ritmo lento è “Behold the man”, che fa muovere la testa ed il bacino su e giù a tempo e schioccare le dita, per poi lasciar spazio al jazz sui generis di “Paloma” e “Quantum of the air”.

Il cantato ed alcuni passaggi mi riportano per alcuni istanti ai Black Keys di “Attack and Release” ed alle sonorità di “DIE” di Iosonouncane, peraltro fan del gruppo.

“La composizione dei brani ha previsto sin dall’inizio l’utilizzo di macchine e sintetizzatori come base per l’intervento di strumenti acustici. “

“L’obiettivo era di riprocessare in maniera più contemporanea il terreno dell’influenza mediterranea da cui il nostro progetto è indubbiamente partito” dicono i C’mon Tigre a proposito dell’evoluzione musicale rispetto al progetto precedente.

Qui il Mediterraneo è reso in musica come luogo di passaggio, sacrificio, vita e morte ed evocato attraverso un mix di sonorità diverse, jazz, afro, trip- hop, funk.
Tematiche forti, recentemente poste al centro dell’attenzione e messe in discussione in modo barbaro.

Racines è un album dalle sonorità passionali, romantiche, suadenti: ottoni, chitarre, batteria, voce, si intrecciano e rendono l’idea di multiculturalismo, di luoghi lontani, di provenienza, identità, radici.

Infine, tutto si conclude con un altro viaggio di 8:15 minuti nell’atmosfera trip hop- jazz di “Mono No Aware 物の哀れ”, con una chitarra in loop che scandisce il tempo.

Sospiro, silenzio.

La traccia si è come dissolta nell’aria, apro gli occhi, torno alla realtà, mi sento bene.

 

In definitiva, si può parlare di un progetto di respiro internazionale, all’avanguardia e piuttosto atipico in Italia (finalmente!) che meriterebbe più attenzioni per la sua bellezza ed il suo significato.

Siamo solo a febbraio ed è già uscito uno degli album più belli dell’anno, quello dei C’mon Tigre.

Il 2019 è partito alla grande.

di Giulia Rivezzi

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