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WAREHOUSE: canzoni, storie e classici dimenticati [1]

Nel 1973, mentre David Bowie seppelliva all’Hammersmith Odeon di Londra il suo alter ego alieno, Ziggy Stardust, cinque teppisti travestiti da drag queen esordivano con un album destinato a fare proseliti dopo aver incendiato i club più malfamati di New York.

Difficile stabilire chi abbia inventato il glam rock (probabilmente Marc Bolan, ancor prima di Bowie), altrettanto complicato capire chi indicò la via al punk (MC5? Stooges?): di certo, un impulso determinante arrivò dai New York Dolls, trait d’union transgender tra le derive nichiliste dei Velvet Underground e l’attitudine no future che esploderà definitivamente in Inghilterra nel ‘77.

Formati nel 1971 da Johnny Thunders (chitarra), i Dolls riportarono in auge il rock’n’roll più selvaggio di Chuck Berry e della british invasion (Rolling Stones su tutti), cavalcando e spingendo ai limiti del parossismo l’estetica che iniziava ad affermarsi in terra albionica.

Riff aggressivi (opera delle sgangherate twin guitars di Thunders e Sylvain Sylvain), una sezione ritmica epilettica (Arthur “Killer” Kane al basso e Billy Murcia, poi sostituito da Jerry Nolan, alla batteria), liriche oltraggiose vomitate dalle enormi labbra di un emulo ancor più debosciato di Mick Jagger (il frontman David Johansen) e un look da battone prestate al cast del Rocky Horror Picture Show: erano questi gli ingredienti dell’anomalo revival dei New York Dolls, divenuti ben presto un fenomeno underground di culto in attesa di un debutto discografico che cambierà il corso della storia.

La chance arriva grazie alla Mercury Records che, dopo averli messi sotto contratto, produrrà il loro omonimo album d’esordio, affidandoli alle cure di un “mago” dello studio di registrazione come Todd Rundgren. 

Pubblicato nel 1973, il disco anticipò la grande stagione del punk e della new wave, del CBGB di Patti Smith, Ramones e Television, mescolando gli aspetti più truci e lascivi di oltre un decennio di rock duro. Negli undici brani di New York Dolls trovano dunque spazio il british blues sovversivo degli Stones, l’esibizionismo glam di David Bowie e Marc Bolan, l’autolesionismo, la depravazione e le devastazioni soniche proto-punk di MC5 e Stooges.

Un intero immaginario musicale corrotto, assorbito e riassemblato seguendo le folli indicazioni di un “Frankenstein” sessuomane sotto anfetamina.

È questo forse il principale merito di Thunders e compagni: il recupero della nomenclatura (e dello spirito) del rock’n’roll, ora brutalizzato con ferocia inaudita da cinque pervertiti venuti fuori da un milieu criminale alienante. Il revisionismo allucinato di New York Dolls, dall’anthem Personality Crisis alle vorticose impennate elettriche di Jet Boy, si pone così come manifesto di una Grande Mela dei bassifondi violenta e dissoluta, ben quattro anni prima degli incubi in chiave electro dei Suicide.

Una metropoli vicina alla “New York Gothic” immortalata da Scorsese in “Taxi Driver”, deviata e deviante, capace di conferire un’aura sinistra anche a ballad stradaiole come Lonely Planet Boy (con i suoi inserti di sax a strizzare l’occhio ai Roxy Music), Subway Train o agli innocui coretti demenziali di Trash, sorta di variante alcolica di Beatles e Beach Boys. Nel mezzo, una serie impressionante di bestialità assortite tra urla sguaiate, rasoiate elettriche e il pulsare inesauribile di una sezione ritmica micidiale.

In brani come Vietnamese Baby, Looking For A Kiss, Private World e Bad Girl, ogni riff è un fendente mirato a offendere, ogni verso è un’imprecazione sputata addosso al conformismo con quell’urgenza da punk ante-litteram tipica di chi è nato per perdere. Discorso a parte, poi, per il capolavoro nel capolavoro, Frankenstein, danse macabre avulsa da quel discorso revisionista, le cui liriche nonsense, ululate su un crescendo drammatico sempre più minaccioso, serviranno non poco a gente come i Cramps e, perché no, al primo Roky Erickson post 13th Floor Elevators.

Sono le basi della rivoluzione del ’77: è il tessuto connettivo che collegherà avanguardia e retroguardia, la new wave dei Suicide con il rock’n’roll e il blues di Chicago, omaggiato con “Pills” del padre putativo Bo Diddley.

Troppo per chi faceva ancora fatica ad assimilare l’apatia dei Velvet, decisamente troppo presto per chi liquidava frettolosamente i Dolls come un’imitazione kitsch degli Stones. Nonostante il loro status di band di culto, New York Dolls vendette pochissimo e la Mercury scaricò le cinque bambole dopo una seconda prova meno convincente (Too Much Too Soon). Thunders (la cui figura meriterebbe una monografia a parte) e Nolan lasceranno il gruppo nel ’75 per fondare, con Richard Hell, un’altra band seminale (gli Heartbreakers di L.A.M.F.), mentre Johansen si reinventerà improbabile crooner dando vita a una carriera solista di discreto successo sotto lo pseudonimo di Buster Poindexter.

Si tornerà a parlare di New York Dolls soltanto negli anni ’80, con l’affermazione, anche a livello mainstream, di un certo filone hard’n’heavy fortemente debitore nei loro confronti (W.A.S.P., Mötley Crüe, Hanoi Rocks e, soprattutto, Guns N’Roses), forse più di quanto lo fosse in realtà il punk. Ma, anche in questo caso, si tratta di un movimento ancor oggi oggetto di discussione.


In memory of Johnny Thunders (1952-1991), Arthur Kane (1949-2004), Jerry Nolan (1946-1992) & Billy Murcia (1951-1972)

 

di Francesco Sacco

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