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WAREHOUSE: canzoni, storie e classici dimenticati [11]

«Come corpo ognuno è singolo, come anima mai». Il legame tra le opere dello scrittore e filosofo tedesco Herman Hesse e la musica è sempre stato meno sottile di quanto si possa pensare.

Soprattutto ne Il Lupo della Steppa, a partire dalla doppia natura del protagonista, Harry Haller: una divina, l’altra diabolica; una immersa nel mondo dei grandi pensatori, dell’arte e della musica classica (in particolare, Mozart), l’altra ostile al falò delle vanità dell’élite borghese.

Un aspetto che potrebbe avvicinare Haller – e dunque lo stesso Hesse – a uno dei personaggi più sfuggenti e vulcanici nella storia della pop music: un outsider allergico ai diktat dello star system, mosso da una bulimia creativa straripante che spesso lo ha portato a scelte discografiche ardite, determinate dal costante bisogno di esplorare ogni singolo genere musicale.

Rock’n’roll, reggae, pop, soul, jazz, classica: sono solo alcuni dei mille volti dell’anima di Joe Jackson, emerso per questioni anagrafiche negli anni del punk, ma in realtà moderno crooner innamorato dello swing, dei grandi della Blue Note e di un’idea di big music che è diretta emanazione di un genio quanto mai caleidoscopico.

Partito da una formazione prettamente classica, condita da un diploma alla Royal Academy Of Music di Londra, ben presto la sua indole ribelle lo porterà ad avvicinarsi al pop, all’epoca percosso dall’elettricità no future. Il singolo d’esordio, Is She Really Going Out With Him?, è già un manifesto di coolness vicina però allo spirito della working class, tanto da farlo divenire, con il debut Look Sharp! (1978), un punto di riferimento per quegli stessi spiv inglesi in fissa con i torridi live alcolici dei Dr.Feelgood.

Il taglio intellettuale dei suoi arrangiamenti, innervati di ritmi sincopati e giamaicani, e la spiccata sensibilità pop affine a un altro pub-rocker sui generis, Elvis Costello, suggerivano comunque una visione più ambiziosa, che esploderà definitivamente nella prima metà degli anni ’80.

Il quarto album, Joe Jackson’s Jumpin’Jive (1981), è già un chiaro segnale di una grandeur fuori dagli schemi, uno spartiacque destinato a emancipare quella personalità onnivora, ora libera di nutrirsi degli standard del jazz e dello swing, riletti e riarrangiati (da lì in poi altra mania) con il supporto di una scintillante big band fiatistica.

È il preludio al successo, arrivato appena un anno dopo nel segno di Cole Porter (ma anche Gershwin e il latin jazz di Ray Barreto ed Eddie Palmieri) e di un nuovo grande amore: New York.

Trascinato da un singolo fortunatissimo come Steppin’ Out, Night And Day diventa così il suo bestseller mescolando con incredibile maestria quell’immaginario vintage, suoni contemporanei (synth pop) e suggestioni terzomondiste (l’etno-funk impegnato di T.V. Age), in due sezioni distinte (“night side” e “day side”) ma assolutamente complementari nel definire la sua personalissima rapsodia newyorchese.

Se Night And Day è per molti il suo capolavoro, altrettanto significativo è Body And Soul (1984), ennesimo tuffo nel passato alla riscoperta dei grandi del jazz, rievocati sin dal titolo (Coleman Hawkins) e dall’artwork, chiaro omaggio a Sonny Rollins Vol.2.

E Body And Soul è forse l’esempio lampante dell’indole tumultuosa di Jackson, ora ossessionato dalla ricerca del suono puro, ripulito dagli artifizi plastici di stampo eighties che pur avevano contribuito al successo del lavoro precedente.
Registrato nella “Masonic Lodge”, una vecchia chiesa sconsacrata rivestita in legno e utilizzata dalla Vanguard per session di musica classica, il disco si rivelerà un must per tutti gli audiofili (ascoltare la prima stampa in vinile per credere), entrando di diritto tra le incisioni più apprezzate di sempre.

Al di là della genesi ai limiti del feticismo, però, l’album non fa altro che confermare lo stato di grazia di un songwriter unico, qui coadiuvato da una band di virtuosi eccellenti (su tutti, il chitarrista Vinnie Zummo e il fido Graham Maby al basso) alle prese con esplosivi funky dagli arrangiamenti chirurgici (il classico You Can’t Get What You Want), folli ritmi latini (Cha Cha Loco) e struggenti ballad dal cuore sanguinante divenute un autentico marchio di fabbrica (Not Here, Not Now e Be My Number Two).

Attitudine, quest’ultima, che non lo abbandonerà nemmeno in un numero pop d’alta scuola come Happy Ending, duetto soltanto apparentemente scanzonato con Elaine Caswell, a metà tra i classici Motown e la grazia melodica di Burt Bacharach; mentre l’intensa suite strumentale Loisaida contribuirà a elevare Body And Soul ad altro impareggabile capolavoro, raggiungendo vette di lirismo assolute. Degne di nota anche l’epica opener The Verdict, prima riflessione su quell’amore impossibile più volte ripreso negli episodi successivi, così come lo scatenato soul di matrice Stax di Go For It e la conclusiva Heart Of Ice, altra raffinata partitura orchestrale vicina alla fusion dei Weather Report.

Nonostante il piglio anacronistico, gli ottimi riscontri di critica e pubblico porteranno il cantautore inglese a un estenuante tour mondiale lungo due anni, al termine dei quali mediterà addirittura il ritiro dall’attività live («Alla fine ero talmente esausto che ho giurato non avrei più fatto un tour»).

Non sarà, ovviamente, così: archiviate le fatiche on the road, l’esperienza tornerà invece utile per un altro progetto alquanto spiazzante. La location, questa volta, è il Roundabout Theatre di New York City, dove Jackson inciderà in presa diretta, davanti a un pubblico selezionato in religioso silenzio, il doppio Big World (1986), che segnerà anche il ritorno a un sound più essenziale, spogliato di quei fiati che avevano caratterizzato il trittico precedente. Distanziatosi gradualmente dal music business, negli anni ’90, con il passaggio alla Sony Classical, darà libero sfogo alle sue aspirazioni con una serie esperimenti, dai risultati altalenanti, in cui la musica classica incontra il pop (Night Music e una rivisitazione dei sette peccati capitali, Heaven And Hell).

Chiuso un decennio quanto mai controcorrente con i quattro movimenti di Symphony N.1 (1999), candidato a un Grammy per il miglior pop album strumentale, il nuovo millennio, paradossalmente, porterà in dote un curioso ritorno al passato con la temporanea reunion della sua prima band (Volume IV) e persino un sequel di Night And Day (Night And Day II), ancora una volta dedicato a New York, la città che non dorme mai.

Proprio come le innumerevoli anime di Joe Jackson: songwriter, compositore, arrangiatore e polistrumentista anticonvenzionale che, dopo oltre quarant’anni di carriera, continua a viaggiare in direzione ostinata e contraria inseguendo un’ispirazione mai doma, perennemente in bilico tra hybris e schizofrenia. D’altronde, come diceva qualcuno, non esiste grande genio senza una dose di follia.

di Francesco Sacco