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WAREHOUSE: canzoni, storie e classici dimenticati [3]

Nella puntata precedente si parlava di neopsichedelia e Paisley Underground, di Soft Boys e Dream Syndicate, di un intero revival sotterraneo che ha cambiato il corso del rock anni ’80, pur non riscuotendo mai il giusto riconoscimento in ambito mainstream. Quasi normale se si insiste a percorrere in direzione ostinata e contraria il “wild side” del sogno americano, se ci si perde nella continua esplorazione di un asse inafferrabile, che dai campus della California si inoltra in territori ostili, in un deserto oscuro e minaccioso senza ritorno.

È il cammino impossibile intrapreso dai Thin White Rope, decisi ad andare oltre le affinità con lo stesso Paisley Underground, fino ad avventurarsi nelle lande desolate di quel desert rock che negli anni ’90 sconfinerà nello stoner.

Nati a Davis attorno alle figure di Guy Kyser (chitarra e voce, una delle più peculiari della storia del rock) e Roger Kunkel (chitarra), unici membri fissi della band, i Thin White Rope hanno dato vita a un affascinante ibrido in grado di collegare l’acid rock e la psichedelia di San Francisco alla new wave, scavando negli angoli più remoti della tradizione roots (country, blues, folk e bluesgrass).

Un’operazione analoga a quella del Sindacato dei Sogni di Steve Wynn ma, se possibile, ancor più allucinata e visionaria, grazie soprattutto ai viaggi extrasensoriali di Kyser. 

È lui il principale catalizzatore di un suono impenetrabile e personalissimo: un flusso di suggestioni dal forte valore allegorico che cela, dietro storie da desperados di Frontiera in uno scenario post-apocalittico, l’angoscia di chi vive ideologicamente ai margini.

Quello dei Thin White Rope (metafora utilizzata da William Burroughs per definire il liquido seminale maschile) è un deserto interiorizzato, uno spleen di stampo naturalista (Kyser è nato ad Austin), che getterà ombre sempre più lunghe su una discografia dagli standard così elevati da rendere piuttosto complicata la scelta di un solo lavoro paradigmatico.

Non resta che fidarsi delle parole del leader, particolarmente legato a Moonhead, seconda prova arrivata dopo un superbo debut (Exploring The Axis) in cui rintracciare le coordinate di uno stile unico nel suo genere.

Autoprodotto e pubblicato nel 1987, Moonhead è il primo step verso la perfezione formale di quel trademark già inconfondibile, sospeso in una bolla a-temporale estranea ai trend del momento, anche nel panorama alternative (i Thin White Rope finiranno su major soltanto nel 1990).

Le variazioni sul tema da “imaginary western” e le deflagranti cavalcate elettriche, tra Quicksilver Messenger Service e Television, di Exploring The Axis assumono ora contorni più cupi e definiti in una nuova forma di psichedelia esistenziale: una tensione emotiva differente figlia di umori post-punk e visioni lisergiche.

Il drumming secco di Joseph Becker e un riff morboso in loop introducono le vertigini iniziali di Not Your Fault, opening attraversata da un fatalismo hard boiled urlato a denti stretti dalla voce cavernosa di Kyser.

Femmes fatales e vittime di un destino ineluttabile sono soltanto alcuni degli archetipi di questo girone dantesco ansiogeno, parente stretto di una new wave lunare che si nutre, come un serpente a sonagli, del grande songbook americano in tutte le sue declinazioni.

È il caso del pezzo più singolare dell’album, Thing, sognante ballad country/folk impreziosita da un solo evanescente di Kunkel, struggente evocazione degli spiriti guida di un deserto in cui gli avvoltoi hanno sempre fame. Si tratta però di un raro momento di quiete, il miraggio di un’oasi irraggiungibile nel bel mezzo di una tempesta di sabbia grondante feedback lancinanti e paranoia (Wire Animals e Take It Home).

Il mistero che avvolge i solchi di Moonhead rivela prepotentemente la sua natura di maledizione ancestrale nell’enigmatica title-track, trip psichedelico che chiude la prima facciata anticipando la resa dei conti sotto il sole incandescente di un mezzogiorno di fuoco (“Moonhead said my girl was gonna die, I’m going to kill Moonhead tonight, alright”).

Kyser, mai così teso e spettrale, torna a ringhiare sull’orlo del precipizio in Wet Heart, dominata dal basso ossessivo di Stephen Tesluk e dall’interplay diabolico delle due chitarre, mentre Come Around smorza per un istante l’inquietudine in un furioso rockabilly nel mood dei Suicide. Resterà un altro episodio isolato, un effimero istinto di sopravvivenza destinato comunque a soccombere nelle aride terre di Moonhead.

Ormai consci della propria sorte, i Thin White Rope riprendono la loro marcia strisciando verso la forca, accompagnati da quel senso di sconfitta imminente che troverà compimento in monoliti inviolabili quali Mother, If Those Tears e Crawl Piss Freeze, ultimo rassegnato atto prima dell’esecuzione.

Adesso, “tutto è davvero bellissimo”.

Archiviato il magnetismo noir di Moonhead, la band recupererà toni da western crepuscolare e tendenze free-form in almeno un paio di capolavori dimenticati (In The Spanish Cave e Sack Full Of River, esordio su major concepito on the road), intervallati da tre EP di assoluto rilievo (Bottom Feeders, Red Sun e Squatter’s Right).

Nel 1993, al termine di un estenuante tour di supporto a The Ruby Sea (1991), il triste epilogo suggellato dal loro “last waltz”: lo strepitoso live The One That Got Away. Il disco, registrato a Gent, in Belgio, nel 1992, mostra una band all’apice della forma (come i Dream Syndicate di Live At Raji’s), rendendo ancor più amara la fine di quel viaggio allucinante giù nel deserto.

Sciolto il gruppo, Guy Kyser formerà i Mummydogs (un solo, peraltro ottimo, disco all’attivo) per poi abbandonare la musica e dedicarsi alla botanica. Discorso diverso per gli altri componenti, alle prese con progetti non troppo significativi se rapportati alla straordinaria epopea dei Thin White Rope.

Un’avventura dal fascino semplicemente irripetibile, una splendida anomalia tra i sentieri selvaggi dell’underground americano. Something affected us down in the desert.

 

di Francesco Sacco

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