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WAREHOUSE: canzoni, storie e classici dimenticati [4]

Il protagonista principale di questa nuova puntata potrebbe renderla, apparentemente, un po’ convenzionale, l’ennesimo excursus su uno dei più importanti chitarristi del ventesimo secolo.

Basterà, però, andare oltre la superficie per comprendere quanto, in realtà, le canzoni e le storie dietro il primo e unico album dei Derek And The Dominos meritino di essere annoverate tra i classici dimenticati (Just below the surface, come direbbero i Therapy?).

Ricordato prevalentemente per la celebre title track, Layla and Other Assorted Love Songs è invece il punto più alto della carriera post-Cream e Blind Faith di Eric Clapton, massimo esponente di quell’ondata britannica che, partendo da Yardbirds e Bluesbreakers di John Mayall, è riuscita a dare un nuovo impulso al blues proiettandolo verso la modernità.

Ma è anche l’emblema di una vita vissuta pericolosamente, un percorso frastagliato in cui il trionfo artistico coincide inesorabilmente con i momenti più bui di un’esistenza ai limiti dell’autodistruzione.

Il rapporto con la madre, l’amour fou per Pattie Boyd, la morte del figlio Conor: nasce tutto da lì, dall’incessante ricerca di approvazione, dal leitmotiv del rifiuto, cause dirette di un disagio che ha portato Clapton a specchiarsi ripetutamente in un abisso di dolore ed eccessi di ogni tipo.

In particolare, la clamorosa sbandata per la moglie dell’amico George Harrison rappresenta senza dubbio il primo spartiacque della sua carriera solista. Un amore impossibile esorcizzato, tra fiumi di droghe e sensi di colpa, attraverso un capolavoro che Slowhand non riuscirà più a replicare.

Ispirato al racconto persiano Layla e Majnun e interamente dedicato a quella “musa maledetta”, Layla si rivelerà un lavoro epocale, una sorta di variante rock’n’roll del Carme 51 catulliano in cui il bluesman inglese riverserà tutto il suo mal d’être.

Vita e arte legate dunque a doppio filo da quelle 12 battute, qui ampliate fino a sfociare nel southern rock più fantasioso grazie all’incontro con un altro fuoriclasse delle sei corde: Duane Allman della Allman Brothers Band.

Nato a Jacksonville, in Florida, ma esploso a Macon (Georgia), il gruppo dei fratelli Allman (anche il cantante e tastierista Gregg) ridefinì il concetto di jam band indicato dai Grateful Dead, modellando una spericolata fusione tra rock, blues e improvvisazioni di stampo jazz. Un’attitudine difficile da catturare, in tutta la sua debordante creatività, in studio di registrazione, ma libera di fluire indisturbata on stage fino a trascendere i confini tra generi (e il leggendario live At Fillmore East ne è chiara testimonianza).

Quella degli Allman Brothers era una musica collettiva, viscerale, suonata da un manipolo di fuoriclasse (la doppia batteria di Butch Trucks e Jaimoe Johanson, il basso di Berry Oakley e l’altra chitarra, quella di Dickey Betts) su cui svettava il talento cristallino di Duane, asso e grande innovatore della slide capace di folgorare Clapton durante un concerto a Miami. 

È lui il catalizzatore mancante di Layla and Other Assorted Love Songs, il deus ex machina che permise al suo nuovo supergruppo (con loro i tre Delaney & Bonnie Jim Gordon, Carl Radle e Bobby Whitlock) di uscire da un’impasse creativa stagnante (alla fine sarà un doppio).

I Looked Away mostra subito un morbido approccio molto americano, fra southern e cantautorato West Coast, con i preziosi contributi della seconda voce soul di Whitlock, altro valore aggiunto della brevissima epopea dei Derek And The Dominos.

Atmosfere ancora rilassate ma pronte a esplodere nella sofferta ballad Bell Bottom Blues, primo chiaro riferimento a Pattie Boyd, il cui spettro continuerà ad aleggiare a fasi alterne negli highlights del disco.

Si cambia marcia in Keep On Growing, dalla struttura simile alla potenziale hit Anyday, entrambe determinate dal background sudista di Allman e dall’interplay con la Stratocaster di Slowhand.

Sarà questa la linea guida che da adesso in poi caratterizzerà Layla, marchiato a fuoco dai duelli da manuale tra i due chitarristi. È il caso dei nove minuti di Key To The Highway, rilettura di uno standard destinata a divenire un punto di riferimento per intere generazioni di bluesmen successive.

Altra cover di rilievo, quanto mai interiorizzata, è Have You Ever Loved A Woman, così come Little Wing dell’amico Jimi Hendrix, trasformata in un tripudio infinito di chitarre celestiali.

Lo slow blues di Nobody Knows When You’re Down sembra anticipare la downward spiral in cui Clapton piomberà di lì a breve, consumato da quell’affetto negato che continuerà ad alimentare i grandi capolavori dell’album. Uno su tutti: Why Does Love Got To Be So Sad?, cavalcata elettrica trascinata dal vorticoso dialogo tra i due guitar heroes, impegnati in un tour de force con ben pochi precedenti nella storia del rock.

Discorso a parte, ovviamente, per la title track, supplica all’amata introdotta da un riff iconico e benedetta dalla slide sovrannaturale di Allman, folle preludio al memorabile exit piano firmato da Gordon e Whitlock. Vincerà un Grammy, in chiave unplugged, nel 1993, ma il pathos della torrida versione in studio resterà ineguagliato.

Sono questi i vertici di un disco che non conosce punti deboli, dove anche brani quali Tell The Truth, It’s Too Late, l’anomala ballata dal sapore caraibico I Am Yours e la conclusiva Thorn Three In The Garden si inseriscono perfettamente in un mosaico dall’equilibrio quasi miracoloso, frutto di un’identificazione totale nel blues, nella musica come strumento salvifico.

Incredibilmente, Layla and Other Assorted Love Songs sarà un flop commerciale e i Derek And The Dominos si scioglieranno appena un anno più tardi, dopo una serie di concerti senza Allman, rientrato alla base, ben documentati dal Live At The Fillmore, riedizione di In Concert (1973).

Duane morirà in sella alla sua Harley Davidson nell’ottobre del ’71, a soli 24 anni, seguito nel 1980 da Radle. Jim Gordon, invece, svilupperà una forma acuta di schizofrenia che lo porterà ad assassinare brutalmente la madre nel 1983. Attualmente è rinchiuso in una prigione psichiatrica in California.

Le cose andranno decisamente meglio a Clapton, giunto all’età di 75 anni nonostante una lunga serie di suicidi emotivi generati proprio da quel primo rifiuto. Riuscirà a conquistarla, Pattie, sposandola nel ’79, ma sarà un matrimonio infelice e fedifrago, corrotto dalle condizioni di Eric, ormai in balia delle sue dipendenze e dei suoi demoni interiori.

Si riprenderà, paradossalmente, in seguito alla tragica morte del figlio Conor (avvenuta nel 1991), affermandosi come ambasciatore di una certa tradizione americana e favorendone il processo di emancipazione dai vincoli di quella che un tempo era a tutti gli effetti una “questione razziale”.

Malgrado lo status di star mondiale, però, Slowhand non raggiungerà più i vertici di Layla, fulgido esempio di quel blues inteso come sublimazione del dolore, di quelle 12 battute come crocevia per la redenzione. Perché a volte può essere l’unica catarsi possibile.

 

di Francesco Sacco

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