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WAREHOUSE: canzoni, storie e classici dimenticati [5]

L’esplosione del punk nel ‘77 fu un crocevia essenziale anche per la nascita di diverse ramificazioni altrettanto significative nell’economia della musica rock. Negli Stati Uniti, in particolare, tra la fine del decennio e l’inizio degli anni ’80, si verificò il proliferare di un intero sottobosco che esasperava il nichilismo no future secondo un’aggressività ancor più estrema e consapevole. Quella corrente, sviluppatasi prevalentemente tra California, Washington DC e New York, darà il via alla grande stagione dell’hardcore, in seguito fondamentale nell’evoluzione mainstream del circuito alternativo.

In tal senso, l’impulso definitivo arrivò però da Minneapolis, grazie alla visione globale di band quali Hüsker Dü (il titolo di questa rubrica viene proprio da lì) e Replacements.

Erano due volti della stessa medaglia: la prima più enciclopedica e intellettuale, la seconda più viscerale e vicina alla tradizione americana. In entrambi i casi, comunque, la loro proposta lasciava trasparire una sensibilità pop quasi inedita, che permise alla scena HC di accostarsi notevolmente alla sfera cantautorale (Grant Hart e Bob Mould da una parte, Paul Westerberg dall’altra) guadagnandone in termini di accessibilità.

I Replacements, soprattutto, si imposero come i principali portavoce dello Zeitgeist del periodo, gli alfieri di un populismo affatto retorico in cui far confluire il disagio esistenziale dei giovani di provincia.

Sfrontati, passionali, diretti: i Mats, come li definivano affettuosamente i fan, furono per la futura Generazione X ciò che molti songwriter proletari rappresentarono per la working class americana negli anni ’70. Un punto di riferimento per frotte di angry young men alle prese con il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, guidati da una sorta di Springsteen punk “simile all’inferno”.

Nato nel 1979 su iniziativa di un trio di autentici disadattati (il chitarrista Bob Stinson, il fratello minore Tommy al basso e il batterista Chris Mars), il gruppo si mise subito in evidenza per l’attitudine violenta in perfetta linea con i trend del momento, trascinata dall’ultimo arrivato, Westerberg, in live alcolici e assordanti pronti a deragliare in mega risse fuori controllo.

L’indole da bad boys trovò pieno sfogo nel debut album Sorry Ma, Forgot To Get Out The Trash (1981), ricco di rasoiate al fulmicotone ma già anticipatore di un certo debito roots (Love Till Friday), bissato dall’EP Stink pochi mesi più tardi.
Background che inizia a emergere con maggior convinzione nel successivo Hootenanny (1983), primo passo verso il perfezionamento di uno stile personale su cui poggerà le basi buona parte dell’indie americano.

Pietra angolare del nuovo sound è Let It Be, instant classic uscito nel 1984, anno zero per tutta la scena di Minneapolis (il rivoluzionario Zen Arcade dei cugini Hüskers, Say Wat You Will… dei Soul Asylum e persino Purple Rain di Prince).

Archiviata la furia hardcore degli esordi, il disco è un brillante caleidoscopio di influenze musicali che fonde con invidiabile maturità universi apparentemente agli antipodi: il ponte ideale tra il jingle jangle dei Byrds e l’alternative, passando per i New York Dolls e il power-pop dei Big Star dell’amato Alex Chilton.

La splendida I Will Dare, posta in apertura, mostra subito i segni del cambiamento, portando in dote una timeless melody dalle venature country destinata a divenire il manifesto di questo nuovo corso. Una formula tutta pathos e chitarre tintinnanti analoga al college rock dei coevi R.E.M. (e non è un caso la presenza della dodici corde dell’amico Peter Buck), ma percossa da quella proverbiale irriverenza iconoclasta da born to lose.

Favorite Thing riprende il discorso bubblegum con un’improbabile dichiarazione d’amore che non avrebbe sfigurato nella discografia dei Ramones, seguita a ruota libera da altre bordate punk come We’re Coming Out e la parodistica Tommy Gets His Tonsils Out. Sono questi i principali trait d’union con le asperità di inizio carriera, i cui residui sono ancora presenti nel rock’n’roll virile di Gary’s Got A Boner, nella semi-strumentale Seen Your Video e nell’impetuosa rilettura di Black Diamond dei Kiss.

Let It Be è però anche l’opera che conferirà a Westerberg il ruolo di profeta dei “figli di nessuno” statunitensi, raccontati attraverso torride ballad autobiografiche dalla forza espressiva disarmante.

È il caso della malinconica Sixteen Blue, tra i grandi capolavori Mats, e soprattutto di Unsatisfied, rabbioso inno alla disillusione proiettato dal leader in una dimensione epica degna di un romanzo di formazione (“Everything you dream of is right in front of you, and everything is a lie”). Assoluta novità è poi l’apologia del travestitismo nella pianistica Androgynous, caratterizzata da un approccio minimale ripreso, sottoforma di scariche elettriche distorte, nella conclusiva Answering Machine.

Let It Be stabilì il record di vendite per un’etichetta indipendente, attirando l’interesse di una major, la Sire, che l’anno successivo produrrà l’altro must targato Replacements: Tim, ultimo lavoro con Bob Stinson sempre più impregnato di umori sixties.

L’allontanamento del chitarrista, ormai in balia degli eccessi, sancirà il graduale declino della band fino all’inevitabile scioglimento, avvenuto nel 1991 dopo una sequenza di dischi nettamente inferiori (ad eccezione di Pleased To Meet Me).
Lo split lancerà la trascurabile avventura solista di Westerberg, incoronato ufficialmente padrino del grunge dalla colonna sonora di Singles, commedia romantica di Cameron Crowe ambientata nella Seattle di Soundgarden e Alice In Chains, mentre Tommy Stinson finirà addirittura nella pallida imitazione dei Guns N’ Roses di Axl Rose.

Risale al 2012, invece, l’estemporanea reunion priva del fratello Bob, sconfitto da una serie incalcolabile di abusi nel 1995. È questo l’ultimo capitolo di una storia folgorante che ha contribuito a cambiare il volto dell’underground a stelle e strisce.

Pochi, prima dei Replacements, erano riusciti ad aggiornare in modo tanto originale un determinato genere senza tradirne lo spirito, veicolando un messaggio talmente vicino all’humus dell’epoca da diventarne parte integrante.

Quella di Paul Westerberg resta la voce più vera della sua generazione, un baluardo per tutti quegli outsider minacciati dall’ombra del fallimento negli anni dell’edonismo reaganiano. Roba da beautiful losers, roba da cuori orgogliosamente dislessici.

di Francesco Sacco