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WAREHOUSE: canzoni, storie e classici dimenticati [6]

Nell’immaginario collettivo, Clash e Sex Pistols sono certamente i principali responsabili della rivoluzione punk in Inghilterra, partita da Londra e sviluppatasi a macchia d’olio nell’intera terra d’Albione nel ‘77.

Non furono però gli unici a mettere a ferro e fuoco la scena londinese, ricca di eroi “minori” un po’ eclissati dall’impatto sulla cultura popolare delle pose oltraggiose di Johnny Rotten, del nichilismo di Sid Vicious o delle invettive demagogiche di Joe Strummer. Il caso più eclatante riguarda i Damned, primi a diffondere, con il singolo New Rose sul finire del ’76, quel verbo preso in prestito oltreoceano (Ramones e Heartbreakers) e divenuto un autentico movimento reazionario negli anni pre-thatcherismo.

Un calderone a conti fatti autoctono da cui emersero, però, tante altre band meritevoli di essere annoverate fra i grandi protagonisti della prima ondata.

Tra questi, i Vibrators di Ian “Knox” Carnochan (voce e chitarra) e John Ellis (chitarra), che nell’annus mirabilis 1977 riuscirono a dare alle stampe un debut in grado di competere con i capolavori del periodo, seppur privo della dirompente carica eversiva di Never Mind The Bollocks e The Clash (e per questo forse socialmente meno rilevante).

Prodotto da Robin Mayhew, ingegnere del suono del Bowie fase Ziggy Stardust, Pure Mania è un disco di grezzo rock’n’roll aggiornato all’era del punk, ma attraversato da una sensibilità pop diversa e da un certo gusto glam figlio dell’ossessione di Knox per il Lou Reed di Transformer.

Un concentrato di scanzonati anthem dal piglio adolescenziale, tutto lussuria e divertimento, più vicino al versante bubblegum dei Buzzcocks in quel di Manchester che al no future imperante dalle parti di Camden Town.

Troppo catchy per i puristi e troppo disimpegnati per esser presi sul serio dal nuovo manifesto socio-politico, i Vibrators non conobbero mai le luci della ribalta, nonostante una hit immortale come Baby Baby e i tributi di importanti act della second wave britannica quali Stiff Little Fingers (il nome deriva proprio da uno dei pezzi di Pure Mania) ed Exploited con Troops of Tomorrow.

Dopo un paio di dischi di buon livello, in particolare V2, l’inevitabile breakup porterà Knox ad approfondire il suo interesse per la pittura e a qualche collaborazione sporadica (Robyn Hitchcock e Alex Chilton), prima di dar vita alla storia raccontata in questa sesta puntata.

Una storia oscura e sconosciuta ai più, frutto del provvidenziale incontro con un’altra band spesso dimenticata ma in realtà assolutamente seminale: gli Hanoi Rocks.

Nato in Finlandia sul finire degli anni ’70, il gruppo fu l’apripista di tutto il filone sleaze glam metal che prenderà piede successivamente negli Stati Uniti, con l’affermazione di teppisti come Mötley Crüe, L.A. Guns e, soprattutto, Guns N’Roses. Fortemente influenzata dai New York Dolls, la formula degli Hanoi Rocks era un originale mix di rock’n’roll primordiale, punk, blues ed elementi glam rintracciabili prevalentemente nel look androgino e nel sax sguaiato di Michael Monroe, frontman carismatico a metà strada tra David Johansen e David Bowie. È lui il valore aggiunto di un sound che doveva molta della sua forza propulsiva anche al chitarrismo selvaggio di Andy McCoy e ai suoi incastri à la Thin Lizzy con la twin guitar di Nasty Suicide.

Un lavoro insolitamente minuzioso, almeno per il genere, rivelatosi un marchio di fabbrica sin dall’esordio di Bangkok Shocks, Saigon Shakes, Hanoi Rocks (1981), seguito dagli ottimi Oriental Beat e Self Destruction Blues, in cui iniziava ad affiorare un talento melodico non indifferente.

La svolta arriva nel 1983 con il trasferimento a Londra, dove incidono Back To Mistery City, album della consacrazione che attirerà l’interesse di una major, la CBS. E proprio nella capitale inglese i finlandesi legheranno il proprio monicker a quello di Knox, in cerca di una backing band per uno dei side project più riusciti del rock anni ’80: i Fallen Angels.

Composto ufficialmente dall’ex leader dei Vibrators e dalla sezione ritmica degli Hanoi (Suicide, Sami Yaffa al basso e Nicholas “Razzle” Dingley alla batteria), con Monroe e McCoy (aka The Flashing Psychedelic Kid e The Cosmic Ted) in qualità di special guests, il progetto debuttò nel 1984 con un album omonimo che nulla ha da invidiare ai migliori prodotti dell’epoca.

Registrato in appena due settimane, Fallen Angels immortala infatti un gruppo ispirato e all’apice della forma, ora guidato da un vecchio punk allampanato pienamente a suo agio nelle insolite vesti di glam rocker.

L’opener Inner Planet Love mostra subito un’energica verve hard rock tra chitarre roventi e un refrain appiccicoso, lanciato in orbita da strani effetti elettronici e ripetuto con fare lascivo da un Knox in versione Elvis spaziale. Black & White World prosegue su quella falsariga per poi virare verso territori r’n’b disegnati dal chiassoso sax, un po’ Roxy Music un po’ E Street Band, di Psychedelic Kid, mentre l’esplosiva Rain Rain Rain riporta il gruppo sui binari di un robusto punk rock trascinato dagli assoli incendiari di Cosmic Ted.

Le atmosfere tenebrose di Falling, dettate dalle tastiere di Richard Wernman, rappresentano invece un’eccezione allo spirito festaiolo dell’album, quasi ad anticipare ciò che gli Hanoi Rocks avrebbero combinato negli episodi più foschi di Two Steps From The Move, concepito proprio in quei mesi sotto la supervisione di Bob Ezrin. Il mood godereccio torna a farsi largo nel rock’n’roll dalle venature pop di Runaround, nel groove del singolo Amphetamine Blue e nel rockabilly deviato di Cukoo Land, in cui il basso distorto di Yaffa arriva a strizzare l’occhio persino all’allucinata rivisitazione synth dei Suicide.

Kiss It Goodbye mostra chiaramente i segni del blues più viscerale di Bo Diddley, seguito dalle aggressive chitarre proto-metal della New Society di cui si farà portavoce altrove la futura Generazione X. Le ultime due tracce sono infine gli esempi più evidenti della passione di Carnochan per Lou Reed, nume tutelare della paranoica Straight City, dalle insospettabili tentazioni free-jazz, e della ballad stradaiola Vipers In The Dark, sorta di Sweet Jane in salsa Rock’N’Roll Animal.

Purtroppo, resterà l’unica testimonianza di quei Fallen Angels. Knox porterà avanti il progetto fino a fine decennio mettendo su una nuova line-up, con qualche apparizione isolata di McCoy e Suicide, senza riuscire a replicare però la magia e il feeling dell’esordio. Discorso diverso per gli Hanoi Rocks, salpati immediatamente per un tour mondiale che avrebbe dovuto imporli come stelle europee del glam metal. La loro ascesa subirà una brutta battuta d’arresto l’8 dicembre di quello stesso anno, giorno della morte di Razzle in un tragico incidente sulle strade californiane causato dal frontman dei Mötley Crüe, Vince Neil, completamente ubriaco. Lo shock spinse gli altri componenti ad annullare tutte le date americane, confermando soltanto quelle del 3 e 4 gennaio 1985 a Helsinki, riprese dalla tv nazionale in onore dello sfortunato batterista, sostituito dall’ex Clash Terry Chimes.

Malgrado l’innegabile potenziale commerciale, Two Steps From The Move segnerà la fine della band, giunta al capolinea mentre gli States iniziavano a raccogliere i frutti delle loro intuizioni, a partire proprio dai Guns N’Roses.

Axl Rose e compagni non perderanno occasione di rendere omaggio ai loro padrini scandinavi, ma resterà comunque una magra consolazione: un mero afflato di quei giorni di gloria svaniti lungo un boulevard di sogni infranti. I had a dream but the dream died, kiss it goodbye.

di Francesco Sacco

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