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WAREHOUSE: canzoni, storie e classici dimenticati [7]

A partire dai primi passi di Bob Dylan, la scena folk del Greenwich Village si è imposta come il fulcro della controcultura Sixties non solo in termini teorici ma anche prettamente musicali, favorendo il fiorire dei grandi protagonisti della Summer Of Love del ’67.

L’input definitivo arrivò probabilmente dalla svolta elettrica del menestrello di Duluth, già guiding light di molti folksinger emersi nel distretto di Manhattan, punto zero di tutto il cantautorato West-Coast e delle sue derive psichedeliche (Crosby, Stills, Nash & Young, The Byrds, Jefferson Airplane e Grateful Dead).

Archiviate le illusioni pacifiste di cui si erano fatte portavoce l’ideologia hippie e le contestazioni giovanili, la figura del cantautore, esaurito il suo ruolo storico, tornò in auge assumendo forme più complesse e vicine al tessuto urbano nel corso degli anni ’70.

C’era il rock’n’roll proletario di Tom Petty, l’epica di Bruce Springsteen, l’intimismo di Jackson Browne, la retorica stradaiola di Bob Seger… e poi c’era chi, animato da un’indole quantomai sovversiva, è riuscito a (ri)emergere dall’anonimato grazie a una singolare concezione del lato oscuro della società americana: Warren Zevon.

Dopo il periodo di apprendistato tra Village, Everly Brothers e un esordio solista passato pressoché inosservato (Wanted Dead Or Alive nel ’69), Zevon tornò improvvisamente sulle scene nella seconda metà del decennio affermandosi come testimone cinico e irriverente delle nevrosi metropolitane, immerse in uno scenario da Frontiera dominato da banditi, prostitute, junkies e desperados assortiti.

Reietti ed emarginati che trovano nelle sue storie una dignità quasi letteraria con ben pochi precedenti nella ballata folk, ora declinata secondo un vigoroso approccio cinematico in cui far confluire rhythm’n’blues, country, funk e pop-music.

La seconda chance arriva dall’amico Jackson Browne, mediatore con la Asylum di David Geffen e produttore dei due principali capolavori zevoniani: l’omonimo comeback del ’76 e il bestseller Excitable Boy (1978). Se quest’ultimo è notoriamente considerato il must dell’autore di origini russe, i prodromi – in realtà già ben definiti – di quello stile unico, esagitato e corrosivo sono da rintracciare proprio in Warren Zevon, secondo debutto dai tratti paradigmatici.

Impreziosito dal gotha del pop-rock californiano (Lindsey Buckingham, Stevie Nicks, Glenn Frey, David Lindley, Waddy Watchel e tanti altri), l’album rivelò immediatamente un songwriting personalissimo, fortemente determinato da anni di peregrinazioni in terra latina (Spagna) e da una penna visionaria imbevuta di letteratura hard-boiled ed echi del Vecchio West.

Archetipi e riferimenti dal chiaro valore allegorico proiettati nelle strade malfamate di Los Angeles, non luogo ideale dove vivisezionare un’umanità alla deriva, raccontata, con una buona dose di ironia, attraverso le disavventure di una vasta galleria di outsider alla disperata ricerca di una redenzione impossibile.

E Zevon, girovago impenitente dedito agli eccessi, quel mondo lo conosceva bene, tanto da plasmare una propria comédie humaine rock’n’roll, onesta e viscerale quanto basta da trafiggere anche i cuori meno raffinati.

Al di là della passione per dropout e anime erranti, vi è poi un altro aspetto decisivo nella sua musica: lo stile pianistico, tra classica e music hall, autentico valore aggiunto in grado di sposare registri diversi e virare verso composizioni particolarmente originali.

Non stupisce, dunque, l’estrema disinvoltura con cui si passa da boogie forsennati (il manifesto I’ll Sleep When I’m Dead e l’anthem dai risvolti sadomaso Poor Poor Pitful Me) al funk notturno di Join Me In L.A. (con Bonnie Raitt), senza dimenticare l’outlaw country di Back Turned Looking Down The Path e l’epopea western di Frank And Jesse James.

La vera anima di Mr.Bad Example vien fuori, però, in una serie notevole di ballad sanguinanti dall’alto tasso emotivo: The French Inhaler, caustico resoconto autobiografico di un amore fedifrago (quello con Marilyn Livingston); il dramma tossico in salsa tex-mex di Carmelita; la nostalgica Hasten Down The Wind e l’ode al potere salvifico della musica di Mohammed’s Radio, con le memorabili armonie vocali della premiata ditta Buckingham/Nicks. Discorso a parte meritano poi le suggestioni hopperiane di Desperados Under The Eaves, splendido ultimo atto enfatizzato da archi mozzafiato e dalla chitarra in background di Watchel.

È forse questo il massimo esempio di quell’innata abilità di tradurre sensazioni e immagini in impressioni cinematografiche, laddove persino il semplice ronzio di un climatizzatore diventa straziante metafora di alienazione e solitudine.

Il songwriter di Chicago replicherà quella formula con maggior successo, almeno in termini di vendite, nel successivo Excitable Boy, album gemello trascinato da una hit immortale come Werewolves Of London e altri classici a tinte forti (la titletrack, Roland The Headless Thompson Gunner, Accidentally Like A Martyr e Lawyers, Guns And Money). Ma resterà un episodio isolato. La sua carriera, condizionata da una vita decisamente sregolata, subirà una considerevole flessione negli anni ’80, pur senza intaccare un culto venerato anche dalle nuove leve del panorama a stelle e strisce. Come i R.E.M., backing band in Sentimental Hygiene (1987), gran ritorno dopo un lustro di silenzio in balia dell’alcohol, mentre l’ambizioso Transverse City (1989), sorta di concept cyber-punk ispirato dal postmodernismo di Thomas Pynchon, vedrà l’ennesima collaborazione con mostri sacri quali Neil Young, Jerry Garcia e David Gilmour.

Lontano dal musicbiz, Zevon continuerà a produrre dischi di buon livello mantenendo fede a quell’atteggiamento sfrontato e iconoclasta che non lo ha mai abbandonato, neppure quando, nel 2002, gli verrà diagnosticato un tumore terminale ai polmoni (celebre, a tal proposito, la sua ultima apparizione al Late Show di David Letterman). Perché lui era così, uno capace di guardare la morte dritto negli occhi e affrontarla con lo stesso ghigno beffardo di sempre, affidandosi a ciò che gli riusciva meglio: fare musica, fino alla fine.

Chiamati a raccolta i compagni di una vita (Jackson Browne, Bruce Springsteen e Tom Petty, giusto per citarne alcuni), Warren Zevon si congederà dal mondo con The Wind, testamento spirituale uscito un paio di settimane prima della sua scomparsa, avvenuta il 7 settembre del 2003.

È questo il triste epilogo di una storia che ha segnato in modo indelebile la musica americana, privata prematuramente di uno dei parolieri più brillanti della sua generazione. Un beautiful loser colpevole di un solo errore: per vent’anni, non ha voluto farsi vedere da un medico.

Well, he’s just an excitable boy.

di Francesco Sacco