Review

WAREHOUSE: canzoni, storie e classici dimenticati [9]

È di poche settimane fa la notizia della scomparsa, a soli 65 anni, di Eddie Van Halen, geniale chitarrista olandese naturalizzato statunitense che, a partire dalla fine degli anni ’70, ha contribuito come nessun altro all’evoluzione della chitarra moderna.

Esploso in un periodo di transizione per il classic rock, lavorato ai fianchi dal punk e dagli input futuristici della new wave, Van Halen, con il suo stile pionieristico, ha ristabilito la centralità dello strumento in un certo tipo di musica, affermandosi come il guitar hero più influente della storia dopo Jimi Hendrix.

Merito anche dell’omonima band fondata insieme al fratello Alex (batteria), Michael Anthony (basso) e un frontman animalesco come David Lee Roth, fautori di un sound che recuperava lo spirito primordiale del rock’n’roll fino a traghettarlo verso quel folle circo rappresentato dal metal anni ’80 (Ratt, Mötley Crüe, Poison e buona parte delle stelle hair/glam).

Un filone ispirato proprio dall’attitudine dei Van Halen e dalle intuizioni del loro leader, punto di riferimento assoluto di un’intera generazione di musicisti venuti fuori in tempi di shredding mania.

È il caso, giusto per citarne alcuni, dei virgulti neoclassici della Shrapnel Records, responsabile della diffusione di un nuovo approccio improntato su tecnica, virtuosismi e velocità di esecuzione, tra plettrate alternate, tapping, sweep picking e cascate di note al fulmicotone. Tapping sdoganato e perfezionato, tanto da divenire un marchio di fabbrica, proprio da Van Halen, cui il mondo della chitarra elettrica deve tante altre innovazioni che cambieranno per sempre la concezione delle sei corde.

L’uso smodato di leva, vibrato e legato, le timbriche inusuali, gli armonici (naturali e artificiali) tirati fuori da una Strato customizzata (la Frankenstrat), modificata e manipolata a suo uso e consumo: le “sevizie” introdotte da Eddie Van Halen, in qualsiasi ambito, sono state innumerevoli e oggetto di emulazione compulsiva per schiere di aspiranti axemen.

Al centro di tutto, però, vi era la musica. E i Van Halen, almeno nell’era Roth, sono riusciti a dare alle stampe diversi album divenuti dei classici.

Facile citare l’omonimo debut del ’78, un fulmine a ciel sereno che sconquassò il nascente universo hard’n’heavy grazie a un’energia straripante e ai funambolici interventi di Eddie (emblematico il manifesto Eruption), così come il bestseller 1984, trascinato dai sintetizzatori di Jump e dagli ammiccamenti radiofonici di Panama.

Decisamente meno scontato parlare di Women And Children First, forse il loro lavoro più maturo e completo, tuttora un po’ oscurato dal clamore suscitato dai due dischi in questione (da non dimenticare anche Van Halen II e Fair Warning).

Pubblicato nel 1980, WACF prosegue il discorso intrapreso fin lì dai Van Halen, aggiungendo a una formula già rodata una sana voglia di sperimentare nel segno di un songwriting più ambizioso (si tratta del primo platter composto interamente da materiale originale).

And The Cradle Will Rock… mostra subito i segni del cambiamento con l’esordio ufficiale, seppur sottotraccia, di quelle tastiere che faranno la fortuna di 1984, qui al servizio di un brano incalzante, dai toni epici, ma percorso da una tensione strisciante pronta a esplodere nel solo comunque contenuto di Eddie.

Everybody Wants Some!! potrebbe invece tranquillamente rientrare nel solito mood festaiolo alla Van Halen, non fosse per una tendenza al tribalismo in grado di conferirle, anche in questo caso, un’aura vagamente sinistra interrotta da un refrain innodico, sulla scia di anthem quali Somebody Get Me A Doctor e Runnin’ With The Devil.

Non a caso, diverrà un must dal vivo, al pari dell’adrenalinica Romeo Delight, tra i grandi capolavori del disco, in cui la band inizia a flirtare apertamente con l’heavy metal guidata dall’incessante lavoro del duo Van Halen/Anthony e dalle linee flash di Eddie, preziosissimo anche in fase ritmica.

I deliri di Loss Of Control, anticipati dalla strumentale Tora! Tora!, galoppano su quella falsariga confermando un’enorme perizia tecnica e le abilità interpretative di un David Lee Roth in versione schizoide, mentre la torbida Fools mostra un certo debito nei confronti di quel rhythm’n’blues che, seppur trasfigurato, aveva caratterizzato di straforo gli episodi precedenti.

Blues assolutamente predominante in Take Your Whiskey Home e nell’acustica Could This Be Magic?, riuscitissimo divertissement cantato all’unisono, con l’aiuto della special guest Nicolette Larson, su un’inedita chitarra slide.

Chiusura affidata alle tentazioni da power ballad di In A Simple Rhyme, sorta di compendio che racchiude le diverse anime del disco strizzando l’occhio, tra coretti beat e un’evidente ricercatezza melodica, al pop dei Kinks (e l’ossessione per i fratelli Davies è cosa nota) prima di sfociare in Growth, ghost track strumentale dall’effetto alquanto straniante.

Nonostante il leggero discostamento dalle consuete atmosfere dei Van Halen, anche Women And Children First ottenne ottimi riscontri in termini di vendite raggiungendo il sesto posto della Billboard 200, segno tangibile del loro status di superstar, consacrato quattro anni più tardi da 1984.

Paradossalmente, il successo planetario coinciderà con l’abbandono di David Lee Roth, ormai prossimo a una fortunata carriera solista avviata da Eat ‘Em And Smile (1986), con una backing band d’eccezione composta da Steve Vai, Billy Sheehan e Gregg Bissonette.

Al suo posto l’ex Montrose Sammy Hagar, cantante forse più dotato ma distante dalla presenza scenica e dall’istrionismo selvaggio del suo ingombrante predecessore. La scelta, osteggiata da buona parte dei fan, non andrà comunque a intaccare la costante ascesa del gruppo, vittima però di una palese involuzione sonora fin troppo schiava di quei synth di stampo aor imperanti negli anni ’80.

Non mancherà qualche buon disco (in particolare, 5150 e F.U.C.K., premiato con un Grammy per Right Now), ma il sacro fuoco degli esordi ha ormai lasciato il posto a un’indole smaccatamente commerciale che continuerà a far vendere ai Van Halen milioni di copie. Dopo l’ennesima rottura con il proprio frontman, sostituito addirittura da Gary Cherone degli Extreme nel controverso Van Halen III (1998), il nuovo millennio porterà a una serie di reunion, prima con Hagar e infine con Roth, culminate in A Different Kind Of Truth (2012), ultima fatica in studio priva però di Anthony (rimpiazzato dal figlio di Eddie, Wolfgang).

Degno di nota anche il doppio Tokyo Dome Live In Concert (2015), curiosamente primo live ufficiale con Diamond Dave, malgrado una serie di esibizioni leggendarie tra il 1978 e il 1984.

La storia discografica dei Van Halen termina qui, condizionata dalle precarie condizioni di salute di Edward, alle prese con una lunga battaglia contro un tumore che lo scorso 6 ottobre ha privato la musica del padre di tutti i guitar heroes moderni.

Un rivoluzionario, un visionario, un demiurgo rock’n’roll: semplicemente, il Mozart della chitarra elettrica.

di Francesco Sacco